SOURCE CODE DISPONE DI MOLTE “VITE”, MA NON DI ALTRETTANTA ANIMA.
TRAMA: il capitano dell’esercito Colter Stevens (Jake Gyllenhaal) si sveglia in stato confusionale a bordo di un treno su cui non ricorda di essere mai salito, e in cui si trova a interagire con Christina (Michelle Monaghan), una passeggera che sembra conoscerlo bene ma di cui lui non ha memoria. Ben presto, grazie alle laconiche istruzioni di un misterioso ufficiale (Vera Farmiga) che monitorizza a distanza la situazione, si rende conto di essere parte di un esperimento scientifico volto a sventare un terribile attacco terroristico, e la sua missione è rivivere a oltranza sempre lo stesso arco di tempo, della durata di otto minuti, per scoprire l’identità dell’attentatore che si trova sul treno.
RECENSIONE DI BORDEN
Probabilmente, il modo più equo di accostarsi a Source Code consiste nel non immaginarsi chissà quale originalità del plot, della sua resa visiva, e neanche del puro storytelling. Certo, è ovvio che, rapportato alla media dei film, l’ultima fatica di Duncan Jones risulta comunque insolita e certo finisce per distinguersi fin dai suoi presupposti. Ma una volta inquadrata nel filone di appartenenza c’è ben poco di realmente fresco e innovativo, dal momento che fanno capolino, non molto riorganizzati, svariati esempi del genere: Ritorno al Futuro, L’esercito delle 12 scimmie, Strange Days, Minority Report e pure un vecchissimo classico come La vita è meravigliosa, fino al ben più recente e deludente Vantage Point. Per citare solo i primi che vengono in mente.
Tutto questo però non deve farci trascurare il buon funzionamento di tutto l’apparato: Source Code è un fluido arpeggio tra realtà parallele, ben giocato nella tempistica, recitato in modo discreto (il buon Gyllenhaal continua a sgranare gli occhi come sul set di Prince Of Persia, e sarebbe anche ora di cambiare marcia, più calibrate la Farmiga e la Monaghan), diretto sobriamente e con una spiccata attenzione ai dettagli.
Per non parlare del riuscito sottotesto videoludico, la fascinazione di giocare più volte la stessa partita usando sempre nuove “vite”, imparando dai propri errori e moltiplicando le proprie possibilità di successo e di riscatto.
Il punto forte è proprio questo: più che il progressivo disvelamento del come e del perchè succeda tutto ciò che succede (o del ruolo giocato dalla figura del padre, un espediente incollato alla meno peggio per aumentare l’empatia col pubblico), a catturare l’attenzione è il progressivo evolversi del rapporto tra il protagonista e gli avvenimenti a bordo del treno, la dinamica psicologica più interessante all’interno di Source Code. Parlo del modo in cui Colter impara, un tentativo alla volta, a indagare sui passeggeri usando le buone maniere invece dei modi bruschi e paranoici che lo caratterizzano nelle prime fasi, a partire dalle attenzioni con cui riesce a fare suo complice il personaggio di Christina.
Ma il meccanismo ben oliato della trama scorre senza strappi anche perchè i protagonisti e la dimensione più drammatica sono piuttosto sacrificati. Nel momento stesso in cui Source Code prova a fare la voce grossa, a ampliare le sue ambizioni oltre il mero fanta-thriller, tutto ciò che offre è la solita critica all’America militarista e presuntuosa attraverso macchiette senza scrupoli e, appunto, un dramma personale di modesto respiro, che riesce bene in due o tre scene appena, quando chiaramente aspirerebbe a qualcosa in più.
Chiaro quindi che l’opera non riesce ad abbattere la barriera che la riduce a gimmick di genere, per quanto di lusso. In particolare gli nuoce il paragone ingiusto e assolutamente improprio con Inception, di cui Source Code (che non sembra nemmeno tendere a quello specifico confronto) può giusto essere una costola quanto a portata e ambizioni, laddove la pellicola di Nolan gestisce con successo ben più suggestioni e informazioni sia visive che verbali (sia pure scadendo in alcuni eccessi didascalici), creando una sintesi tra macro-generi impossibile da scomporre, con una capacità immersiva e interattiva che agisce fisicamente sullo spettatore, fattore qui ben più debole e manifestamente artificioso, e in cui la sola scena della lotta nel corridoio rotante surclassa per potenza, originalità e stile l’intero film di Jones, visivamente tutto sommato ordinario.




"Perché indossi quello stupido costume da uomo?"
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08 May 2011, 8:42 am
Jones ha il pregio di mantenere una limpidezza registica che a tratti intriga e ci avvicina a una sgradevole sensazione claustrofobica. Prima di parlare della nascita di un Autore, a mio avviso bisognerà attendere ancora: troppi riferimenti in carta carbone, deboli e un po’ inconsistenti sono stati esibiti fin qui perché si possa individuare un’impronta originale e significativa.