In un futuro prossimo nel quale il pugilato “umano” è stato rimpiazzato dagli scontri all’ultimo fluido tra robot grandi e grossi, un “promoter” sull’orlo del fallimento – sommerso dai debiti e costretto a montare androidi da quattro soldi per farli combattere in squallide fiere di paese o in malfamate arene clandestine – incontra finalmente la propria occasione di riscatto quando, per caso, mette le mani su un ammasso di ferraglia che cela però la grinta e le qualità di un vero boxeur. Avrà così la possibilità, oltre a riscoprire il gusto ormai dimenticato per la vittoria, di costruire un autentico rapporto padre/figlio con il pargolo undicenne a lungo trascurato.
Real Steel è il classico esempio di film What You See Is What You Get (“Ciò che vedi è ciò che hai”), una semplice e a tratti stereotipata celebrazione del classico mito americano dell’underdog – il perdente in partenza, l’eterno sfavorito che tuttavia, a dispetto di ogni previsione, riesce a scalare la vetta grazie all’ottimismo, alla grinta e al sacrificio – che celebra il binomio sport/famiglia senza alcuna pretesa introspettiva e con qualche eccesso disneyano unito a sporadiche sortite nella classica retorica della lacrimuccia facile. Ciònonostante, il film offre un intrattenimento molto piacevole grazie a una regia sicura e scorrevole e soprattutto a un ottimo attore protagonista (Hugh Jackman) che riesce a trascinare l’intera pellicola trasferendo nel suo personaggio un entusiasmo e una vitalità per nulla scontati.
Preso nota dell’intelligente scelta di inserire un elemento futuristico in un’ambientazione per il resto ancorata al presente – evitando dunque distorsioni troppo impegnative sul fronte degli effetti speciali e della costruzione concettuale – ci rimane la storia di un Rocky d’acciaio (ma si riscontrano anche echi di film come Over The Top, Seabiscuit e Miracle) che per fortuna evita derive alla A.I. (nonostante la presenza di Spielberg tra i credits) e ci offre anche qualche scena interessante: la spedizione nel cimitero dei robot parte da premesse frankensteiniane, l’ambientazione del Crash Palace ha un retrogusto di futurismo anni ’80. Ma soprattutto, l’epico scontro con il gigante robotico Zeus è un’escalation di pugni e tensione gestita con grande senso del ritmo e un’ottima conoscenza delle dinamiche “da ring”. Un film ottimista e anti-recessione che si apprezza per il suo essere squisitamente mainstream ma con simpatia, entusiasmo e genuinità.






"Perché indossi quello stupido costume da uomo?"
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27 Nov 2011, 6:56 pm
Sono abbastanza d’accordo con la vostra opinione, tuttavia ho due curiosità riguardanti la scena del ritrovamento di Atom che non riesco a togliermi dalla testa. La prima è sapere cosa sia passato per la testa del padre quando ha lasciato il bambino da solo per tutta la notte nella discarica sorvegliata, in mezzo al fango, sotto la pioggia e a trenta centimetri da un precipizio. La seconda è come diavolo abbia fatto lo stesso bambino a dissotterrare da solo in quelle condizioni un robot alto due metri e mezzo e a portarlo fuori.