MA I CLONI SOGNANO PECORE DUPLICATE? – ANGIER
PESANTE, DISTANTE, SENZA UN VERO CONFLITTO. – BORDEN
TRAMA: Kathy (Carey Mulligan), Ruth (Keira Knightley) e Tommy (Andrew Garfield) sono tre bambini cresciuti nell’idilliaco collegio inglese di Hailsham, dove tutto sembra scorrere lentamente nella placida quiete di giornate all’aperto e lezioni di educazione artistica. Ma quella che li attende una volta usciti dal collegio non è la stessa vita delle persone normali, bensì un minaccioso destino imposto da una società distopica che ha fatto della tecnologia medica il proprio scopo primario…i tre di Hailsham dovranno così fare i conti con i sentimenti, le angosce e le speranze tipiche della crescita, ma con uno sguardo diverso, più intenso e disperato dei loro coetanei “normali”.
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RECENSIONE DI ANGIER (POSSIBILI SPOILER)

Nella mia esperienza di spettatore cinematografico ho visto parecchi film che si collocavano al crocevia tra fantascienza distopica, romanzo di formazione e dramma esistenziale.
Tutti questi film stupivano per la loro vena visionaria e immaginifica ma anche per la capacità di porci una domanda fondamentale sulla nostra condizione di individui: “Cos’è che ci rende umani? Cosa fa di noi degli esseri dotati di un’anima?”.
Tra queste pellicole, devo dire che quella di Mark Romanek – senza dubbio uno dei migliori film dell’anno – riesce a spiccare con una grazia e un lirismo davvero notevoli e a regalare emozioni fresche e inaspettate. Merito dell’utilizzo di un registro onirico e nostalgico, capace di sublimare l’indefinibile senso di angoscia esistenziale, la spasmodica ricerca del tempo perduto, la disperata caccia agli scampoli di infanzia ormai tramontata che rappresentano la più riconoscibile e fedele cifra umana.
A donare a questi temi una forza e una risonanza tutte nuove è innanzitutto la prospettiva inedita, obliqua e disorientante che il film ci propone: quella di una società distopica che ha risolto il problema delle malattie e dell’invecchiamento fabbricando cloni perfetti delle persone per utilizzarli come serbatoi di organi e tessuti freschi, fonti affidabili di pezzi di ricambio.
Ad essere inedito e originale non è strettamente il tema dei “cloni”, già esplorato come sappiamo da tanti film (dal leggendario Blade Runner così come dal tamarro e rudimentale The Island) e introdotto in questa pellicola con un abile e precoce “twist” narrativo, quanto piuttosto l’intelligenza con cui Romanek si approccia a questo tema: senza cioè fare mai leva su roboanti dispositivi spettacolari o risaputi elementi scenici, ma fornendoci anzi un riflesso intimo e indiretto di questo mondo che ci viene così mostrato attraverso il quieto paesaggio della campagna inglese e nelle azioni e nei gesti dei tre protagonisti.
In questo modo Romanek – e naturalmente Katsuo Ishiguro, lo scrittore giapponese autore del romanzo da cui il film è tratto – ha saputo confezionare una straordinaria, dolorosa riflessione su cosa significa essere vivi e sul modo in cui ognuno di noi si avvicina alla morte: poche volte infatti due dimensioni speculari e conflittuali come la vita e la morte sono state sintetizzate così bene come nello sguardo e nei gesti dei tre protagonisti.
A questo eccezionale trio di personaggi, interpretati con sincerità e bravura dai rispettivi attori (Keira Knightley, Andrew Garfield e una Carey Mulligan che solitamente “detesto” ma che questo film mi ha insegnato a stimare e apprezzare), spetta il compito di donare la propria vita ai propri “originali” e dunque di andare prematuramente incontro alla morte.
Nessuno meglio di loro può dunque spiegarci cosa sia la morte in una società che, grazie a loro, è riuscita a rimandare indefinitamente l’appuntamento con la Mietitrice. Fin da quando seguiamo le prime fasi della loro educazione, nel bucolico e ovattato collegio di Hailsham, ritratto da Romanek con i toni pastello e la svagata nostalgia di un moderno Truffaut, e successivamente quando li vediamo crescere e maturare, capiamo che questi tre amici sono condannati a incarnare l’ossimoro di “bambini adulti” in quella che sembra quasi una cupa e disturbante rilettura del mito di Peter Pan.
Kathy, Tommy e Ruth sono bambini nella loro ingenua docilità, nella loro innocente obbedienza all’orribile, spietato sistema che li alleva e li sfrutta, nella loro incapacità di dire no e di ribellarsi al loro amaro destino e nella loro idea di amore come forza liberatrice.
Ma sono anche adulti, addirittura “vecchi” nella profondità e malinconia delle loro coscienze, nel loro coltivare una poetica e struggente consapevolezza del tempo che fugge, della vita che scivola loro via come sabbia tra le dita.
Proprio il fatto di non ribellarsi, che stupirà certamente alcuni e farà gridare altri all’incongruenza, è in realtà la vera forza di questi personaggi. Una forza che li pone in una posizione privilegiata persino rispetto ai replicanti di Blade Runner.
Se i tre protagonisti tentassero fughe rocambolesche e combattessero in ogni modo il loro destino, compiacendo così un pubblico più incline all’adrenalinica eccitazione di un popcorn movie che all’empatia e alla partecipazione emotiva di un cult romantico-distopico, rientrerebbero in un qualunque clichet muscolare da action fantascientifico made in Usa e perderebbero quella forza di significato, quel messaggio profondo di cui sono portatori.
Questo film, non dimentichiamolo, nasce dall’immaginazione di uno scrittore del Sol Levante, ed è dunque traboccante – come ha sottolineato lo stesso Ishiguro – di quel tipico spirito giapponese che fa dell’accettazione del proprio destino una prova di eroismo, coraggio e nobiltà d’animo. È insomma una filosofia di dignità e stoicismo che non dovrebbe soprenderci, dato che il fiero popolo giapponese ce la sta mostrando anche in queste tragiche settimane, e che i tre personaggi ben incarnano nel film.
Con il loro modo di essere, ingenuo e distratto ma anche triste e commovente, i tre Donatori tracciano un’allegoria di grande significato e stanno lì a dirci, loro che sono condannati a morire a 30 anni, che l’uomo non sarà mai sazio di vivere, nemmeno dopo una vita lunga e piena. Stanno lì a dirci – loro che lo sanno meglio di tutti – che l’unica cosa in grado di farci vivere appieno è proprio la consapevolezza di quanto maledettamente breve sia la nostra permanenza nel mondo. Quello e, naturalmente, l’amore.
Questo straordinario vissuto e questa indimenticabile parabola umana vengono illuminati dalla regia “felpata” di Romanek, uno memorabile cinema della nostalgia che si muove con delicatezza e sincerità d’intenti, giocando con una luce squisitamente e morbidamente autunnale, con i volti e la composizione delle inquadrature come pochi registi sanno fare. E riuscendo perfino a donare alla malinconica immagine di un mucchio di brandelli di sacchetti di plastica rimasti intrappolati nel filo spinato di una recinzione una poesia con cui nemmeno il Sam Mendes di American Beauty può rivaleggiare.
Seguono pesantissimi spoiler sulla trama, occhio.
Non riesco a capire tutto l’entusiasmo per Non lasciarmi. Se da un lato il film di Mark Romanek può dirsi piuttosto originale nel trattare l’elemento sci-fi in modo puramente concettuale ed emotivo e privo di manifestazioni roboanti ma troppo di genere come astronavi, pistole e/o spade laser o qualunque altra apparecchiatura tecnologicamente avanzata, è anche vero che il racconto si impantana in una desolante successione di stati depressivi alquanto gratuiti.
Non si può dire che gli attori non siano in gamba, perchè nel peggiore dei casi sono comunque assolutamente convincenti, e neppure che la regia non riesca a valorizzare la semplicità delle location e delle situazioni, ricavandone parecchi passaggi intensi e proiettandoci tutti interi nel quadro sottilmente distopico e profondamente disturbante della storia. E non mancano neppure le trovate interessanti a livello di sceneggiatura, anche se spesso a beneficiarne è più una singola scena che la visione d’insieme.
Perchè diciamocelo, il tragico destino a cui sono sottoposti i tre protagonisti non può essere preso come una minaccia seria. Tommy, Ruth e Katy sono cloni allevati in batteria per, raggiunta la soglia dell’età adulta, fornire “pezzi di ricambio” agli esseri umani veri tramite donazioni forzate di organi, fino al sopraggiungere della morte; e i tre ne sono consapevoli fin dalla tenera età. Il che funziona molto bene come base della vicenda, e di certo non si sente la mancanza di ulteriori chiarimenti sulle dinamiche della clonazione o su chi o cosa abbia stabilito queste regole spietate e inesorabili. Il testo filmico è profondamente lirico e umanista e, in linea con questo assunto, non c’è giustamente spazio per distrazioni action o tecnicismi didascalici di sorta. Tutto è intimismo, psicologia, atmosfera. Fin qua nessun problema.
Ma che dire del fatto che i tre giovani non prendono mai in considerazione nell’arco di tutta la vita l’idea di fuggire, di ribellarsi al proprio destino, o almeno di provarci? Non lasciarmi commette un errore molto grave in questo frangente. Si dirà che il tutto vuole essere una riflessione sul senso dell’esistenza, ma il problema è proprio questo: se vuoi ragionare sulla morte e sulla sua ineluttabilità e il modo di relazionarsi a tutto questo, devi comunque “giocare pulito” e mostrare anche l’altra faccia della medaglia, la vita stessa. Il film di Romanek salta a piè pari questo cruciale passaggio nel momento in cui esclude la contemplazione di uno degli istinti più primordiali che caratterizza ogni essere vivente: quello di sopravvivenza (parlo di quello vero, non di quello all’acqua di rose che li spinge sì e no a tentare la carta del “rinvio”).
Da questo punto di vista è come se un’intera zona dell’animo dei protagonisti fosse oscurata, censurata. I tre ragazzi sono preda di ogni tipica pulsione umana (sessuale, sentimentale, cognitiva, possessiva e via dicendo) tranne l’unica che potrebbe salvarli. E vorrei sottolineare che questa non è la tipica falla di sceneggiatura che si piazza buona buona fuoricampo senza disturbare troppo, limitando i danni alla sfera dei presupposti della trama; nossignore, l’inghippo ha continuato a fare capolino per quasi tutto il tempo, visto che i cloni avrebbero una marea di occasioni per provare a tagliare la corda, ma non gli passa mai neanche per l’anticamera del cervello di provarci.
Detto ciò, la conseguenza più immediata è che piuttosto che compatirli venga voglia di gridargli “oh, svegliatevi un po’!”, correndo il rischio di considerare la loro tragica condizione una trovata pretestuosa per fare un po’ di nichilismo a perdere, per quanto mimetizzato da una messinscena sobria e di classe. Nonostante tutti gli sforzi, però, il film ingrana con lentezza e non troppo agilmente.
In conclusione, avrei voluto vedere più personaggi combattivi, meno riflessioni a senso unico, una sorta di vero conflitto interiore che desse pienezza al tratteggio dei protagonisti. Non c’è stato e pazienza, ma un po’ dispiace perchè il lavoro aveva premesse molto buone.
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"Perché indossi quello stupido costume da uomo?"
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28 Mar 2011, 9:12 am
Borden, io non ho visto il film, ma ho letto il libro, e ti assicuro che nel libro non ci si stupisce del perchè non cerchino di soppravvivere o scappare. Anzi, si capisce fin troppo bene. E questo fa male, molto male. Non si può spiegare in poche righe, dato che è un insieme di sensazioni, pensieri, informazioni fornite o captate durante tutto il romanzo. Provo a riassumerla così: educazione mirata fin dai primi anni di vita, adolescenza vissuta per intero con gente che vede positivamente il loro comune futuro, e un po’ di lavaggio del cervello. In ogni caso, io non parlerei di istinto di soppravvivenza. Nel libro, Tommy si taglia da ragazzino e va in paranoia perchè a paura di perdere il braccio o addirittura morire. Credimi, se una macchina cercasse di investirli, quelli si scansano senza pensarci due volte… è questo l’istinto di soppravvivenza. Non c’entra con quello che loro vedono come unico scopo nella loro vita. Diventare donatori. Inoltre, sempre nel libro, l’animo dei protagonisti è ben delineato. Se poi tutto questo nel film non è reso in maniera chiara (o non è reso del tutto) allora non sono interessato a vederlo…
Rileggendo quello che hai scritto in conclusione… beh in conclusione avresti voluto vedere un altro film… perchè ciò che non ti è piaciuto sono i cardini del racconto. Ishiguro punta tutto su quello. Ciao raga, ottimo lavoro come sempre.
28 Mar 2011, 12:16 pm
Il libro non l’ho letto, per cui non discuto. Nel film invece, tutte o quasi le cose di cui parli sono per lo più accennate, difficili da comprendere a fondo, più che altro da indovinare. Addirittura, sembra chiaro che la verità sul loro destino gli viene rivelata del tutto solo quando ormai hanno dieci anni o più, e in piena violazione del regolamento della loro comunità, come una cosa non prevista. E loro praticamente non fanno una piega, limitandosi a mettere su il broncio…
Sul modo in cui ho chiuso la recensione riconosco di aver prestato il fianco alla tua osservazione, ma quello che intendevo dire è che Non lasciarmi avrebbe potuto giocarsi meglio le sue carte, senza per questo cambiare messaggio o umore. Se un film non ci prende granchè penso sia piuttosto normale avanzare qualche ipotesi di modifiche che lo avrebbero reso completamente “funzionante”…
28 Mar 2011, 12:39 pm
Film stupendo, come si fa a non coglierne la poesia??
09 Apr 2011, 10:06 pm
Capisco le perplessità di Borden, ma credo che l’impossibilità a ribellarsi stia tutta nell’educazione, nell’essere separati dal mondo e cresciuti “per quel fine”. In fondo, quando sono distanti dai bambini soldato, dai Kamikaze che si fanno esplodere in Afghanistan o in Iraq?
Condivido invece appiena la recensione di Angier, che ho trovato veramente intensa.
11 Apr 2011, 5:03 pm
Sono d’accordissimo con te, sam. Ritengo semplicistica e poco assennata l’accusa ai tre Donatori di essere “inverosimili” per il loro atteggiamento di docile remissività al loro destino. Ci sono decine di esempi nella storia e nell’attualità di comportamenti di questo tipo, spiegabli con un ampio range di motivazioni dal condizionamento psicologico allo “stoicismo” come scelta morale, all’indottrinamento ideologico. Moltissime persone, sempre e dovunque, hanno anteposto alla loro incolumità e al loro istinto di conservazione, la fedeltà a determinati ideali e l’adesione a determinate regole. C’è gente che si è data fuoco in una pubblica piazza per rivendicare i propri diritti. Nella Germania nazista, molti cittadini comuni hanno assecondato e servito fedelmente la spietata macchina di morte perchè credevano in quell’ideologia. Un’antropologa americana ha studiato una popolazione indigena evolutasi in una zona remota e selvaggia del pianeta che, anche dopo aver capito che il mondo era ben più ampio di quel piccolo territorio in cui risiedeva, non riusciva ad abbandonare i propri ristretti confini geografici. Era condizionata. In questo caso, la spiegazione dello stesso Ishiguro affonda le radici nella filosofia giapponese. Questo ci aiuta a inquadrare meglio le scelte dei Donatori e ciò che sta alla base….
27 Aug 2011, 10:52 am
La critica di Borden la capisco ma a voler vedere bene la falla non è nella mancanza del tentativo di fuga: qui non è come The Island, dove esiste una società civile che ti può salvare se solo sapesse come stanno le cose. Tutto è accettato, i cloni non hanno documenti, sono delle non persone, non avranno mai lavoro, casa, niente. La loro fine sarà meno penosa se accettano il destino loro assegnato.
Piuttosto è discutibile la volontà di dirigere questa realtà in una reazione di dolce malinconia, dove solo una volta uno si mette a urlare. Sarebbe più sensato se almeno parte dei cloni avessero delle reazioni inconsulte e nichiliste, tra festini a base di sostanze illecite (anche rovinando i preziosi organi), corse in macchina, suicidi, scazzottate con il personale degli ospedali e così via.
Invece nel film prendono gli assistenti addirittura tra di loro…