
Dando una scorsa veloce alla filmografia di Nicolas Winding Refn è facile ritrovare temi e influenze dei suoi precedenti lavori in questo Drive, film avvincente ma imperfetto, interessante ma contraddittorio. Quella di Refn è una poetica dura e tagliente, spigolosa e per nulla accomodante, dunque non facile da digerire. Le sue storie sono tutte incentrate sulla presenza di un protagonista emarginato, un lupo solitario che vive per conto suo, sempre attento a volare ben al di sotto dei “radar sociali” di chi lo circonda. La maggior parte dei suoi “eroi” sono personaggi ai margini, anime intrise di brutalità ed emarginazione, individui votati al sangue e alla tragedia, sempre in bilico tra problemi di droga, criminalità e debiti.
Pensiamo ad esempio a Frank, spacciatore protagonista del suo film d’esordio Pusher; o al galeotto schizofrenico Michael Gordon Peterson del suo più recente Bronson. Anche con Drive, fresco vincitore all’ultimo festival di Cannes, Refn ci serve in tavola un personaggio potenzialmente affascinante, un pilota di cui non conosciamo nemmeno il nome e che è rinomato per un’unica abilità: può garantire a rapinatori e criminali una fuga sicura e senza intoppi grazie alla sua impareggiabile abilità al volante.
A mostrarci questa sua dote e a introdurci il suo personaggio ci pensa l’azzeccatissima e molto promettente scena iniziale del film, dove peraltro Refn mostra di saper avvicinare in modo fresco e inedito una materia da sempre inflazionatissima come quella dell’heist movie.
Abituati come siamo alle solite scene adrenaliniche di fughe a bordo di furgoni truccati o auto sportive, con improbabili chicane in mezzo al traffico dell’ora di punta e un inutile sfoggio di effetti speciali, non possiamo non rimanere affascinati di fronte allo scivolare felpato del “driver” Ryan Gosling tra le strade di Downtown Los Angeles e ai suoi “stop & go” strategici per sfuggire alle sempre più confuse volanti della polizia.
Questo saggio di bravura dura tuttavia per poco e rimane un caso isolato per tutto il film. Perché poi in realtà, Refn preferisce passare ad altro e addentrarsi tra le pieghe cupe e sanguinarie di un noir in salsa decisamente hard-boiled, un thriller con pretese autoriali che riecheggia qua e là motivi tipici di Walter Hill, Michael Mann e Quentin Tarantino, per dirne solo tre.
Ma così facendo, perde inevitabilmente la freschezza di quelle primissime sequenze che sembravano davvero l’antitesi perfetta all’action “bovino” e sterile di franchise come Fast and the Furious. A pensarci bene, l’unico elemento veramente fresco e originale della pellicola è l’utilizzo di una violenza estrema, addirittura grafica: un gusto brutale e quasi splatter che in certe scene sembra cristallizzarsi e sublimarsi in vere e proprie opere d’arte visuali, imponenti quadri grandguignoleschi dove le traiettorie degli schizzi di sangue e le esplosioni di frenesia omicida sembrano pennellate di tempera sparse con maestria su una tela.
L’altro grosso errore Refn lo commette con il suo protagonista. Per sfuggire a tutti i clichet che di solito affliggono questo genere di personaggi, il regista danese lavora troppo di sottrazione e finisce col consegnarci un main character “muto”, un soggetto di cui sappiamo pochissimo e che non lascia alcuno spazio a introspezioni o anche solo a rivelazioni interessanti per tutto il film.
Unici segni particolari sono la sua giacchetta lucida con tanto di scorpione cucito sulla schiena e la bravura di Gosling nell’intepretarlo, ma per il resto il personaggio non emana alcun magnetismo. Questa mancanza di empatia finisce col contagiare naturalmente anche gli altri personaggi, su tutti la sempre un pò leziosa Carey Mulligan che in ogni scena sembra metterci davvero “troppa recitazione” e tradisce un’eccessiva e quasi controproducente consapevolezza del proprio talento. Anche sul fronte dell’intreccio, Refn sconta un approccio un pò troppo perfezionista e sicuro di sè: a forza di voler reinventare il genere citando e rimescolando fonti ed elementi narrativi presi a prestito da 40 anni di cinema action/thriller d’autore, il regista apre con dei titoli di testa alla Miami Vice, corteggia atmosfere e situazioni degne di un western di Sergio Leone, si illude di essere il Tarantino delle Iene e di Pulp Fiction, perde tempo con musiche e intermezzi da romantic-drama anni ’80 e condisce il tutto con un pizzico del Fuqua di Training Day. Alla fine, ci rimane un film interessante e degno di nota, ma forse non in grado di lasciare il segno per davvero.






"Perché indossi quello stupido costume da uomo?"
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11 Oct 2011, 5:08 pm
Sono rimasto molto deluso da questo film, soprattutto per come è stato improntato il personaggio, non si conosce niente di lui e nel corso del film il suo mutismo risulta alla lunga irritare un po’.
La scena iniziale parte veramente bene e fino a quasi metà film il tutto regge, ma poi la storia rimane statica e senza sorprese, anzi con un finale anche abbastanza insulso. per certi versi mi ha ricordato valhalla rising, altro film di Refn.
Concordo pienamentre con te: copia diversi stili di fare film ma alla fine il collage nn funziona pienamente.