Quando ho saputo che era in arrivo un remake a stelle e strisce di Lasciami entrare, il vampiresco cult movie dello svedese Tomas Alfredson, non ho provato nulla di particolare. Non avendo perso la testa per l’originale non mi importava granchè che gli americani ci rimettessero mano, in teoria poteva anche rivelarsi uno di quei casi in cui si supera senza troppo sforzo il modello e si ottiene qualcosa di migliore. Il fatto poi che alla regia ci fosse Matt Reeves, artefice di un bel film come Cloverfield, non faceva che aumentare le speranze.
E invece no. Blood Story è una riproduzione parecchio letterale di Lasciami entrare. Se da un lato questo comporta una certa latente inutilità dell’operazione, dall’altro significa anche che perfino i difetti del predecessore sono stati trasposti con un distorto senso dello zelo. Il problema principale è che qui non si parla di molto. E ci si mette tantissimo per dire pochissimo, in un modo neanche tanto convincente.
A dire la verità, la prima sequenza all’ospedale funziona molto bene, genuinamente disturbante, grazie anche al magnifico lavoro sui suoni e sulle sfocature. Una prima scena da incubo che intrattiene e crea tutta l’atmosfera necessaria, pur senza ricorrere ad alcuna spettacolarizzazione visiva. Fin qui il film lascia sperare ogni bene. Ma poi scatta il piano b, e si cambia registro. Si introducono i due ragazzini e si entra nel sub-plot peggio gestito di tutto il film: la storia d’amore.
Ora, non so voi, ma il fatto che il rapporto tra i due giovanissimi protagonisti sia quasi tutto affidato a sguardi e silenzi non è una buona ragione per dover apprezzare per forza il risultato. Questo modo di giocare su micro moduli espressivi, su sfumature impalpabili e sul non detto è un’arma a doppio taglio, che rischia di concludersi in un nulla di fatto. Il primo tempo del film si perde quasi tutto in interminabili attese, contemplazioni e rarefatte e gelide note di pianoforte, mentre i due ragazzini francamente trasmettono si e no un terzo di quello che dovrebbero.
In questo non sono aiutati nè dalla scrittura, davvero troppo lavorata di sottrazione, nè dalla regia spesso statica e letargica, piena di tempi morti, nè dalla fotografia ostinatamente sepolcrale. Perfino Chloe Moretz, che in Kick-Ass srazzava come una piccola e prodigiosa fuoriclasse, qui risulta atona, congelata da un plot immobile ed esangue. Kodi Smit-McPhee invece ha un volto particolare ma anche lui è impossibilitato a dimostrare alcunchè. Due ragazzini emarginati per diverse ragioni, entrambi costretti a difendersi dal mondo esterno, finiscono per piacersi, ma è uno sviluppo piuttosto ovvio che viene centellinato come se fosse la trovata del secolo.
Quando nel secondo tempo cominciano finalmente a succedere alcune cose, e si verificano anche i siparietti horror più efficaci, il film ha già però perso qualunque propulsione e deve praticamente cominciare sul momento, anche se poi per lo più tutta l’attenzione pare concentrarsi sulle angherie che il piccolo Owen subisce a scuola e sulla sua graduale ribellione a questo sistema. Non mi sembra abbastanza per reggere in piedi un film di quasi due ore, e il sospetto è che, come a volte accade, quello che avrebbe potuto essere un piccolo film bellino sia diventato, per vane pretese autoriali, un grosso film pesante e gelido.
Per carità, qui nessuno si aspettava un’americanata in salsa horror. Ma è anche vero che l’eccesso opposto crea altrettanti problemi, e che a volte anche un rapporto tenero e tragico, per essere delineato bene, ha bisogno di un po’ di contrasto, di qualche momento di leggerezza, di qualche attenzione all’escalation dei fatti. Tutte cose che in Blood Story purtroppo non trovano spazio.






"Perché indossi quello stupido costume da uomo?"
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03 Oct 2011, 9:48 pm
Non avendo vergognosamente visto l’originale svedese, questo film è stato per me una novità. Tralasciando quindi la questione remake, ammetto, contrariamente al tuo giudizio, di averlo trovato molto bello. Personalmente mi ha coinvolto dall’inizio alla fine. L’atmosfera rarefatta e i dialoghi sintetici rendono bene il senso di emarginazione dei protagonisti, la componente horror è saggiamente misurata. Visto il livello degli horror degli ultimi tempi, credo sia un film più che apprezzabile.