Batman Begins - Recensione Fuori Tempo



Solido, autentico, opprimente e liberatorio. Batman Begins è un film su una leggenda che riafferma sè stessa quando nessuno ci credeva più. Un blockbuster che fa la sua scelta e la porta avanti quasi fino in fondo, in cui tutte le forze in campo spingono nella stessa direzione. Un film di formazione e d'azione, denso nella sostanza e nell'estetica, che impone la sua personalità anche a costo di perdere consensi.

Pro: un cast grandioso assortito in modo inedito e ben inserito nelle pieghe del racconto; sceneggiatura emozionante e intelligente; approccio originale alla materia dei comics; molte sequenze da antologia; coerenza dello stile visivo e originalità del montaggio

Contro: qualche dialogo troppo didascalico; qualche raccordo brusco; qualche concessione, soprattutto nella sezione finale, ai clichè del genere, che risulta particolarmente stonata.

TRAMA: come Bruce Wayne percorre la strada impervia che lo porterà a diventare Batman, dal brutale omicidio dei suoi genitori da parte di un comune delinquente, passando per la ricerca di una identità e l'addestramento alla guerra contro la criminalità, fino al ritorno a Gotham City, megalopoli infetta che annega nella corruzione e nella crisi economica.

RECENSIONE DI BORDEN



Batman Begins era una promessa. Prima che Il Cavaliere Oscuro raccogliesse fiumi di consensi e di denaro con la sua carica epocale, Christopher Nolan aveva già gettato le basi della sua rivoluzione con questo blockbuster estivo del 2005, per la verità non particolarmente reclamizzato all'epoca, almeno qui in Italia, ma comunque in grado di smuovere la filosofia del cinema da intrattenimento.

Ci troviamo davanti al classico blockbuster supereroistico che impazzisce e parte per la tangente, forzando il guard rail tra fumo e scintille. L'idea di raccontare le origini e il funzionamento del mito di Batman come potrebbero essere se si trattasse della realtà, del nostro mondo.

Ciò che conferisce una sorprendente solidità a questo esperimento è la sua paziente costruzione a strati. In primo luogo una sceneggiatura sostanziosa, in cui Wayne/Batman per la prima volta occupa la scena in modo centrale, senza dividere più di tanto il suo spazio con villain e comprimari.

In secondo luogo l'idea di assegnare ciascuna delle parti ad attori di gran classe, ma senza che l'effetto finale somigli al party di una première. Qui il formidabile cast (tra gli altri Gary Oldman, Liam Neeson, Michael Caine e Morgan Freeman) non svetta e non si raggruma mai, sparendo invece nei solchi della storia come tanti ingranaggi di un unico meccanismo; gli attori noti appaiono quasi sempre lontani e quasi non interagiscono tra loro, con l'eccezione di Christian Bale che, proprio perchè protagonista assoluto, è il raccordo di tutti gli altri elementi. Anche Katie Holmes, pur con un personaggio non particolarmente simpatico, si inserisce nella storia in modo dignitoso; contrariamente a ciò che molti dicono, non è che abbia fatto peggio rispetto alla Gyllenhaal nel sequel.

Con lo stesso criterio vengono adoperati i villain: non più personaggi ipercarismatici e accentratori, ma un'idea di male diffuso, che può essere solo arginato ma non cancellato.
In questo discorso diventa importante e indicativa anche la scelta visiva. Ogni elemento fumettistico ed estetico viene sistematicamente smorzato o annullato. Non ci sono fronzoli nella Gotham City di Nolan, e neppure sulla Batmobile o sulla tuta dell'eroe. I gingilli e i gadget che hanno fatto la gioia dei fan nei film precedenti e nei fumetti sono sacrificati o immersi nell'oscurità. In questo modo l'attenzione dello spettatore, senza più appigli estetici, è costantemente richiamata all'interno, verso il nucleo del personaggio e del racconto.
Emblematici sono, in questo senso, i (pochi) combattimenti corpo a corpo, confusi al limite del comprensibile.

La fotografia stessa esalta l'oscurità rendendola quasi fastidiosa, d'intralcio alla vista. Siamo ben lontani dall'uso che ne fece Burton nel pur darkissimo Batman Il Ritorno: là il nero era sì il colore dominante, ma come pretesto per riempire le superfici dei costumi e degli scenari di riflessi di luce e del candore della neve; qui il nero è nero e luce e ombra non si incontrano mai. Il resto è per lo più dominato dai toni del marrone e dell'ocra, colori caldi, afosi e opprimenti che portano avanti lo stesso discorso della storia.

E' interessante notare quindi come il film neghi a sè stesso e al pubblico il piacere di un'estetica scontata, in nome di una maggior efficacia in termini di significato. Come in Memento il montaggio capovolto intrappolava lo spettatore nella stessa patologia del protagonista, così in Batman Begins l'assenza di una certa comodità estetica pone il pubblico faccia a faccia col personaggio e con il suo mondo interiore, lo spinge all'empatia. Senza più orpelli fumettistici le distanze tra i due mondi si azzerano e si capisce perchè l'oscurità sia così importante nella mitologia del personaggio.

Da queste considerazioni è facile capire come Batman Begins, se paragonato ad altre pellicole del genere, non sia poi così abbordabile. In un certo senso è una belva ammaestrata ma non troppo, un'esperienza in qualche modo ancora spigolosa e opaca; Il sequel, da questo punto di vista, sarà maggiormente levigato, ottimizzato, pur essendo ben più anarchico e irriverente a livello contenutistico.

Perchè è proprio qui che Batman Begins trova il suo limite principale. La sceneggiatura concede qualche cosa di troppo ai clichè del genere, ad esempio la scena della vestizione dell'eroe e il lungo finale di pura azione, che da strumentale diventa prioritaria, in cui trionfa una certa noncuranza per le le leggi della fisica (la sequenza del treno). Solo che in questo caso lo stacco è particolarmente stonato e fastidioso. Ma per chi volesse guardare con attenzione Batman Begins era, oltre che un film esaltante in sè, una promessa per il futuro, che si sarebbe compiuta con il sequel; ed era anche l'opera che riconciliava il pubblico col personaggio dopo che Schumacher l'aveva trasformato in un flipper.

Come se non bastasse, il film è costellato e ritmato da parecchie sequenze memorabili per intensità drammatica e forza visiva: il combattimento sul ghiaccio, la prova finale dell'addestramento in mezzo al plotone di ninja, la scoperta della grotta piena di pipistrelli, il lungo inseguimento in auto e diverse altre.

Batman Begins ha goduto di una rivalutazione in questi pochi anni, mentre al momento dell'uscita aveva ottenuto risultati di botteghino buoni ma non eccelsi. Per quasi tutti però ha rappresentato un mezzo miracolo: la resurrezione di un franchise dato per morto e sepolto. Adesso è giusto riconoscergli anche il ruolo di detonatore della bomba The Dark Knight.
E se tutti ne hanno rilevato l'assoluta distanza dalle pellicole di Schumacher, altri ne hanno erroneamente evidenziato la continuità e la somiglianza con l'opera di Burton, con la quale in realtà condivide solo la serietà dell'approccio.

Anzi proprio questo primo episodio firmato Nolan si pone in totale antitesi all'episodio burtoniano universalmente più apprezzato (ma non dal sottoscritto), il secondo. Là la sceneggiatura sembrava più un pretesto per inscenare una sorta di incubo drogato e per molti versi illogico, con il personaggio di Batman più che mai sacrificato per far posto ai villain. Comunque si trattava di un tessuto narrativo piuttosto slegato, suggestivo, pieno di sottintesi e in un certo senso indisciplinato. Qui invece il personaggio è il centro di uno script rigoroso che spacca il capello in quattro ed esplora senza reticenze l'interiorità del character, come ogni buon racconto di formazione.

Ci sarebbero altre cose da dire, ma così può bastare. Sicuramente è un film che merita una visione un po' meno svagata di quella che si potrebbe pensare, per goderne appieno e rendersi conto della personalità infusa dall'autore e del perfetto e inedito connubio con la mitologia ormai settantennale di una delle principali icone pop.

Voto Borden: 8

Continua a leggere: "Batman Begins - Recensione Fuori Tempo"

Focus su Harry Potter: fatti, numeri, curiosità e pronostici sul futuro della saga



di Angier


Osservate il grafico qui sopra (cliccando sull’immagine se ne aprirà un’altra in formato ingrandito in una nuova finestra. Dateci un’occhiata e poi tornate qui per leggere il post). Questo grafico, realizzato dal sito Moviefill.com e pubblicato anche su Firstshowing.net, è molto interessante perché fa un raffronto tra i vari registi che si sono avvicendati dietro la macchina da presa nei vari film di Harry Potter.

I 4 registi presi in esame sono, in ordine cronologico: Chris Columbus, Alfonso Cuaròn, Mike Newell e David Yates. Quest’ultimo, come tutti sappiamo, ha firmato anche il sesto capitolo del franchise attualmente nei cinema, escluso però dalla rilevazione. Oltre al budget che i registi avevano a disposizione per girare, nel grafico sono indicati anche i loro risultati al box office. Inoltre, in fondo al grafico, sono riportati i film che quei registi hanno diretto prima o dopo Harry Potter, con tanto di risultati al botteghino. Questo ci permette di fare alcune considerazioni interessanti:

1) Dei 5 film usciti prima di Harry Potter e il Principe Mezzosangue, il più fortunato al box-office è il primo capitolo della saga – Harry Potter e la Pietra Filosofale – con 976 milioni di dollari rastrellati in tutto il mondo. Il secondo risultato in ordine di grandezza è quello di Harry Potter e l’Ordine della Fenice, con 938 milioni di dollari. Seguono Harry Potter e il Calice di fuoco (892 milioni), Harry Potter e la Camera dei Segreti (876 milioni) e per ultimo Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban con “soli” 761 milioni.

2) Dei 4 registi coinvolti nella regia dei vari film di HP, quello con meno credenziali sulla carta è proprio David Yates, regista di Harry Potter e l’Ordine della Fenice oltrechè dell’ultimo Harry Potter e il Principe Mezzosangue che sta attualmente impazzando nei cinema di tutto il mondo. Prima di entrare nel magico mondo di Hogwarts, Yates aveva infatti all’attivo solo cortometraggi e film tv realizzati per network televisivi inglesi. Il regista più solido invece dal punto di vista del curriculum è senza dubbio Chris Columbus, seguito da Mike Newell. L’outsider del gruppo e sicuramente il più “colto” è Alfonso Cuaron (che si è segnalato già nel 2001 con Y tu mama tambièn e nel 2006 con il capolavoro I figli degli uomini).

3) registi dei primi tre film di Harry Potter sono accomunati da un dato: per ognuno di loro, il film girato subito dopo HP si è risolto in un flop al botteghino. Ma come fa notare lo stesso Firstshowing, la spiegazione potrebbe essere che tutti e tre i registi si sono volutamente dedicati dopo la parentesi HP a film di stampo "indie" che già in partenza non rincorrevano grossi guadagni, preferendo puntare sulla qualità.

4) Dopo un primo calo di incassi registrato dagli Harry Potter 2 e 3, con il fondo toccato dal Prigioniero di Azkaban, il franchise cinematografico è risalito costantemente, registrando un nuovo picco con i 938 milioni dell’Ordine della Fenice, e il trend verrà molto probabilmente confermato dal Principe Mezzosangue che sta godendo di incassi strepitosi.

A queste riflessioni, voglio aggiungerne altre due:

• Prendendo come riferimento l’Imdb, vale a dire il più ampio e accreditato database sul cinema che esista al mondo, risulta che il voto più alto del pubblico se l’è aggiudicato proprio il film meno remunerativo: Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban che ha portato a casa una valutazione di 7.7 dopo oltre 92mila votazioni.

• Gli altri classificati in ordine di voto sono: Harry Potter e il Calice di Fuoco (7.6 dopo oltre 96mila voti); Harry Potter e l’Ordine della Fenice (7.4 dopo oltre 88mila voti) e a parimerito i primi due capitoli della saga, Pietra Filosofale e Camera dei Segreti (entrambi con un voto di 7.2 ed entrambi con oltre 100mila voti).

E adesso un’ultimo pensiero sul Principe Mezzosangue che ho escluso per ora dal conteggio perché suo il voto è ancora soggetto a forti oscillazioni. Il film ha aperto con un voto di 8.2 per poi scendere, una volta superata la soglia dei 25mila voti, a una valutazione globale di 7.9.

Guardando ai risultati al botteghino, quelli della Warner Bros possono stappare lo champagne e darsi sonore pacche sulle spalle, dato che il film ha raggranellato finora la bellezza di 413 milioni di dollari, e secondo gli addetti ai lavori potrebbe arrivare senza fatica alla mirabolante cifra di 950 milioni worldwide.

Tuttavia, nonostante questo strepitoso successo, penso che la Warner dovrebbe guardare con attenzione al “partito dei fan delusi”, una rappresentanza che sta acquistando una certa consistenza man mano che il film viene replicato nei cinema. Sempre tenendo presente l’Imdb, bisogna dire che i giudizi degli utenti sul Principe Mezzosangue sono tutt’altro che entusiastici.

Nel momento in cui scrivo, le recensioni postate dagli utenti di Imdb sono ben 551. Di queste però, quelle classificate con l'etichetta "Hated it" - con cui Imdb raggruppa tutte le recensioni con voti da negativissimo a leggermente negativo - sono ben 349, la netta maggioranza rispetto alle 201 archiviate sotto la voce "Loved it".

Delle 349 recensioni negative, molte criticano in modo aspro e senza mezzi termini ciò che non va nel film di Yates. Elenco solo alcuni titoli per rendere l'idea:

- "J.K. Rowling should have murdered the screen writer and the director" (tradotto, "J. K. Rowling avrebbe dovuto uccidere lo sceneggiatore e il regista").

- "A box office smash, but FLOP to HP fans around the world" ("Un enorme successo al botteghino ma un FLOP per i fan di HP nel mondo")

- "By far the best book, by far the worst movie" ("dal più bel libro, il peggior film")

- "Nice bloopers summary or left-out scenes collection" ("Funziona bene come raccolta di 'bloopers' o scene tagliate")

- "Harry Potter and the Half-Blood Prince, or Ron Weasley and the Half-A**ed Romance?" ("Harry Potter e il Principe Mezzosangue o Ron Weasley e la Commedia Sentimentale fatta col c**o?).

Basta a rendere l'idea? Ora non resta che vedere come reagirà la Warner e se qualcosa cambierà alla guida degli ultimi due film. Francamente ne dubito, visto l'ottimo responso del box-office. E non è finita: se volete il mio parere, la major potrebbe stare già valutando altri film legati in qualche modo al franchise da realizzare dopo Harry Potter e i Doni della Morte. Certo, difficilmente la Rowling accetterà di svendere così la sua saga letteraria, ma di certo le pressioni non mancheranno, anche perchè sarà difficile rinunciare a quella che è probabilmente la più prolifica gallina d'oro della storia del cinema (e della letteratura).

Angier


Continua a leggere: "Focus su Harry Potter: fatti, numeri, curiosità e pronostici sul futuro della saga"

Harry Potter e il principe mezzosangue - Recensione a due facce

Poster di Harry Potter e il principe mezzosangue

Borden: Pur con il limite di un plot sfocato, la struttura sbilanciata e un approccio forse troppo interlocutorio, Harry Potter e il principe mezzosangue è per certi versi un esempio che molti blockbuster dovrebbero seguire: ritmo, attenzione alla sceneggiatura, personaggi sempre in primo piano e azione solo all'occorrenza. Tanta attenzione per i dettagli, ambientazione magica e avvolgente; peccato che il film cambi registro molto repentinamente e mostri quindi un'anima incerta. Ma anche la seconda parte scorre bene, nonostante la durata extra della pellicola.

Angier: Il capitolo più toccante e intenso della saga di Harry Potter risente della pessima trasposizione del regista David Yates. Una regia cialtrona e inconcludente che butta dalla finestra gli elementi narrativi più importanti della storia originale per concentrarsi sugli aspetti frivoli, in particolare sulle scaramucce sentimentali e le "prime cotte" dei protagonisti. Si teme per i prossimi due film della saga, anch'essi in mano a Yates.

TRAMA

Il sesto anno a Hogwarts si presenta pieno di sorprese per Harry Potter: oltre a essere nominato capitano della squadra Grinfondoro di quidditch, il giovane mago deve affiancare Albus Silente in una serie di nuove pericolose avventure, tra le quali la conoscenza di un professore tornato da poco nella Scuola di Magia: si tratta di Horace Lumacorno, abile mago specializzato in Pozioni che cela però un oscuro segreto. Nel frattempo, inquietanti avvenimenti preannunciano il ritorno di Lord Voldemort e dei suoi temibili scagnozzi, i Mangiamorte.




Leggi la recensione di Angier
Leggi la recensione di Borden


RECENSIONE DI ANGIER

Albus Silente in una scena di Harry Potter 6

Dopo aver visto il nome di David Yates associato agli ultimi 4 film della saga di Harry Potter (l'Ordine della Fenice, il Principe Mezzo Sangue e i Doni della Morte parte I e II), mi sono chiesto cosa avesse fatto questo regista di così importante nella sua carriera per meritarsi una simile responsabilità. Ma spulciando la sua filmografia su Imdb non ho trovato niente che giustificasse la scelta di piazzarlo dietro la macchina da presa. Tranne l’acclamata mini-serie della BBC State of Play, Yates ha girato soltanto una manciata di corti e qualche film insopportabilmente mieloso e stucchevole, un precedente inquietante e ahimè premonitore di ciò che ci si poteva aspettare da questo film.

A mio parere, Yates è un regista “debole” che non ha saputo rappresentare al meglio la storia che gli era stata affidata per questo sesto capitolo di Harry Potter. Al contrario, il regista inglese è riuscito nella "mission impossible" di sciupare completamente il patrimonio narrativo messogli in mano da J. K. Rowling in persona (la quale figura anche come co-sceneggiatrice, e c'è dunque da chiedersi perchè non abbia fermato questo scempio).

Intendiamoci, Yates non è un Tarantino, un Del Toro o un Soderbergh. Chi gli ha affidato in mano le redini del film non l’ha fatto per vedere sullo schermo la sua autorialità, il suo “marchio di fabbrica”. La gente non voleva da lui una libera interpretazione dei fatti raccontati nel libro ma una fedele trasposizione sul grande schermo dello strepitoso materiale fornitogli dalla Rowling.

Horace Lumacorno con i suoi allievi del corso di Pozioni in una scena di Hp6Ed è qui che Yates ha toppato in pieno, perdendo completamente di vista il fulcro della storia e confezionando un film che per tre quarti della sua durata si concentra non sulla minaccia di Voldemort e sui passi da compiere per sconfiggerlo bensì sugli intrecci amorosi che coinvolgono i protagonisti. Insomma, sembra quasi che Yates – regista già di per sé sdolcinato e zuccheroso – prima di girare HP6 sia rimasto alzato fino a tardi a guardare il Tempo delle Mele 1 e 2 e poi abbia deciso di trasferirne tutti gli inutili sbaciucchiamenti nel suo film sul maghetto occhialuto.

Gravissimo. Perché vedete, quando parliamo di un film come Twilight possiamo permetterci una certa indulgenza considerando la scarsa qualità del materiale di partenza, vale a dire le storie della Meyer. Ma se parliamo della Rowling - universalmente riconosciuta come una scrittrice coi controcazzi (chiedo scusa per il francese) - Yates non se la può cavare con un buffetto sulla guancia per aver trasformato HP6 in una puntata di Sweet Valley High (il telefilm con le gemelle bionde che trasmettono su Italia 1 in certi sonnacchiosi pomeriggi d’estate).

Ron Weasley, portiere della squadra di Grifondoro di quidditch, in una scena del film Io ci trovo qualcosa di oltraggioso nell’aver sprecato in modo così cialtrone una storia straordinaria come quella di HP6. E’ come se qualcuno ricevesse in regalo una Ferrari 430 Challenge e non riuscisse a fare nulla di meglio che fracassarla contro il primo muretto a due passi da casa. Insomma, dove sono finite le atmosfere dark del libro? Yates sperava forse di renderle sul grande schermo affidandosi esclusivamente a una fotografia cupa e desaturata e trascurando completamente il contenuto. E' ovvio che i risultati non gli danno per nulla ragione e anzi lo inchiodano alle sue responsabilità.

Che fine hanno fatto i laceranti conflitti interiori di Harry? Ma soprattutto, che ne è stato di tutti i preziosi ricordi di cui il libro è pieno e che sono fondamentali (sia per Harry che per noi, pubblico) per ricostruire la storia di Tom Riddle alias Voldemort? Qui non ce n’è traccia, fatta eccezione per due scene. Naturalmente, questa non è l'unica mancanza che pesa sul film di Yates. Globalmente, la regia e il montaggio sono al di sotto della sufficienza apparendo spesso in affanno nel seguire gli snodi principali della storia. Alcune sequenze sono davvero mal gestite (ad esempio la festa di Horace Lumacorno e quella dopo la partita di quidditch che vede protagonista Ron Weasley), con movimenti di pellicola grossolani che lasciano trasparire una cronica mancanza di idee su come gestire le fasi "clou" della storia.

Draco Malfoy in una scena del filmUn altro esempio della faciloneria di Yates è la parte che riguarda Draco Malfoy. In teoria, il regista dovrebbe mostrarci come il perfido figlio del Mangiamorte Lucius Malfoy sia anch'egli un giovane fragile e attraversato dai conflitti interiori tipici dell'adolescenza. Ma il risultato è davvero scarso.

Le scene in cui vediamo Draco infatti mancano completamente di introspezione e profondità psicologica. Inoltre non c'è nessuna progressione narrativa: Yates si limita a mostrarci il ragazzaccio biondo prima come un prepotente bulletto di periferia e poi come un tremebondo pusillanime che si scioglie in lacrime alla prima difficoltà.

Altro grande buco: l'identità del Principe Mezzosangue, che dovrebbe costituire la spina dorsale dell'intera pellicola, viene liquidata in un modo talmente frettoloso e sbrigativo che prenderebbe in contropiede persino Jessica Fletcher, la celeberrima Signora in Giallo. Ma non è finita. A pagare la superficialità e la dabbenaggine della regia di Yates è la scena culminante del film, nonchè il momento più toccante e cruciale di gran parte della saga di Harry Potter. Si tratta di una scena che tutti i fan conoscono ma che non rivelo per quei pochi che ancora la ignorano.

Ci sarebbe da ridire anche su alcune delle sequenze parzialmente riuscite del film, una su tutte l'esplorazione della grotta. Laddove nel libro la scoperta dell'anfratto da parte di Albus Silente è frutto di brillanti deduzioni e pericolose ricognizioni in territori ignoti, il film ce la presenta come un fatto già assodato e privo di qualunque giustificazione narrativa. Anche qui trionfa insomma la pigrizia registica di Yates.

Albus Silente in una scena del filmTutto il film è insomma pervaso un senso di confusione e smarrimento che fa rimpiangere l’assenza dietro la macchina da presa di un regista più competente, umile e rispettoso. Ma ripeto, la cosa choccante è che dopo una sequenza introduttiva davvero ben fatta e piena di atmosfera, Yates butta tutto all’aria dedicando il 90% del film ad aspetti marginali della storia e tagliando fuori tutto il resto.

I Mangiamorte sono praticamente inesistenti, giusto un fugace svolazzare di mantelli neri buttato qua e là a casaccio. In conclusione, c'è da chiedersi: valeva davvero la pena di sciupare tutto il mistero, il fascino e la genialità contenuta nel sesto libro di Harry Potter per mostrarci una serie ininterrotta di scene di petting adolescenziale e siparietti da telefilm sulla vita al college? Io sono certo di no.

La sufficienza stiracchiata che il film si guadagna è dovuta soltanto all'eccellente performance degli attori e alla bellezza intrinseca che la saga di Harry Potter riesce a mantenere anche a dispetto di qualunque manomissione o sabotaggio da parte di registi incompetenti. Una cosa è certa, comunque: il fatto che Yates sia stato scelto anche per dirigere gli ultimi due film di Harry Potter è motivo per me (e so anche per molti fan) di angoscia e sconcerto. Resta da vedere se la Warner deciderà di ascoltare la voce dei potterofili delusi oppure no. Ma come ci insegna il maghetto occhialuto, non bisogna mai smettere di combattere per ciò a cui si tiene davvero. E la battaglia è soltanto all'inizio.

Voto di Angier: 6 meno meno



RECENSIONE DI BORDEN



Vorrei cominciare puntualizzando che non sono un fan di Harry Potter. La mia conoscenza delle sue avventure si limita allo studio generale del fenomeno e alla visione de Il Calice di Fuoco. Ritengo opportuno sottolineare la mia "estraneità" al fandom, per vari motivi e soprattutto per fornire utili coordinate circa il mio giudizio. Credo che un punto di vista più distaccato possa essere un buon antidoto a quello di chi guarda il film sfogliando in contemporanea il romanzo per verificare che tutto sia in ordine!
Detto questo, cominciamo.

Per blockbuster estivi come questi la sfida è essere se stessi fino in fondo: solidi, tradizionali, curati, efficienti mezzi di intrattenimento. Harry Potter e il principe mezzosangue aveva mille modi diversi di fallire, non c'era che l'imbarazzo della scelta. Un fenomeno così atteso, addirittura ritardato di 7-8 mesi poco prima dell'uscita annunciata; il sesto capitolo di una saga, il confronto col romanzo, l'attesa febbrile di milioni e milioni di fan dal gusto sempre più smaliziato; il rischio di veder sparire la sceneggiatura nelle fauci insaziabili della CGI, e così via.

Invece questo nuovo Harry Potter, che non è certo un capolavoro e presenta alcuni difetti notevoli, si muove con scaltrezza e con grande cura per i dettagli. Usa cuore e cervello più o meno in egual misura, recupera il gusto di un fantasy tradizionale e lo elettrizza con additivi moderni di sicura efficacia, testati con successo sia nel cinema che nella fiction televisiva.
Tradizione e attualità. Ma l'aroma finale è classico.
C'è anche un grande lavoro di squadra, essenziale per la riuscita di un film corale come questo.

Partiamo da un presupposto: Harry Potter e il principe mezzosangue è la prova che dietro alla versione cinematografica del franchise non c'è alcuna reale urgenza narrativa. Per essere una saga al sesto round è sorprendente rilevare come gli snodi narrativi siano pochi e, in un certo senso, mal distribuiti. La prima metà di questo lunghissimo film (due ore e quaranta minuti), quanto a contenuti, è poco più di un telefilm per adolescenti. Solo a pellicola inoltrata il racconto si decide a prendere di petto il sottotesto che permea l'intera saga, facendo un nuovo e deciso passo verso la meta.

Nella prima parte assistiamo alla vita da college in quel di Hogwarts, la celebre scuola di magia frequentata dai protagonisti. Filtri d'amore, rivalità, goliardate e qualche accenno al vero nucleo del plot per mezzo dei "ricordi", ovvero flashback in bottiglia da stappare all'occorrenza.
C'è chi si lamenta del fatto che tale piega sia uno snaturamento della storia e un tradimento dei contenuti. Non c'è dubbio che sia vero, ma è sbagliato bollarla come un riempitivo senza senso. In realtà va dato atto al regista David Yates di aver orchestrato una materia debole e facilona in modo brillante.

Questa lunga sezione del film riesce infatti a far ambientare lo spettatore in modo completo, tiene alto il ritmo con eleganza, rievoca il gusto per la magia anche solo con le location, spesso naturalistiche e verosimili, contaminate dalla tradizione nordica, sia negli interni che negli esterni. Il tutto poi valorizzato dalle giuste inquadrature, come quella da sotto la scala su cui entrano in scena Ron e Hermione o quella volatile del treno che porta gli allievi a Hogwarts.

Il movimento. Il film traccia molte sequenze minimali, spesso scene di interni come la cena del professor Lumacorno attorniato dai suoi allievi, la sessione alchimistica a preparare pozioni, le scene nella mensa o in biblioteca, rendendole dinamiche e brillanti. La loro composizione permette allo spettatore di empatizzare senza fretta con i personaggi e di prenderseli a cuore, mentre l'uso dei pochi elementi è ottimizzato dalla regia. In tutte questi momenti contano molto le parole, ma anche le espressioni facciali dei personaggi, in primo e secondo piano, la gestione del ritmo, tra battute e controscena comica. C'è da porre attenzione a un insieme ben coreografato e i passaggi divertenti sono tanti e riusciti.

Inutile mettersi a demolire un film del genere per la sua parziale deviazione dal percorso. La "deriva collegiale" è semplicemente una gustosa pausa in un racconto che, giunto ormai al sesto capitolo, certo non può più accampare pretese di essenzialità. E' vero, è possibile che manchi in parte l'obiettivo, ma gli va riconosciuto il merito di mettere in scena un segmento narrativo dal fascino senza tempo.

Se mai, il vero problema è la distribuzione dei contenuti. Nella seconda parte Harry Potter e il principe mezzosangue scivola infatti nel "cuore di tenebra" fino a quel momento latente, e la svolta e il cambio di registro sono di tale compattezza da far pensare che sia cominciato un altro film. Nella pellicola tutto concorre a sottolineare questa novità, soprattutto le prevalenti ambientazioni notturne e la improvvisa sparizione di quasi tutti i comprimari. Comunque sia, questo prosieguo più avventuroso e drammatico non perde mordente, e ha il merito di riallineare la storia con il tracciato di base.

Entrambe le componenti sono quindi presenti, ma poco amalgamate. I difetti reali si trovano tutti qui o nelle vicinanze. Una migliore gestione dei due compartimenti e delle rispettive atmosfere, e una durata più contenuta, per quanto quella attuale non risulti fastidiosa, avrebbe permesso al film di decollare alla grande, magari con qualche contentino in più alla trama nella prima parte.

Insieme allo squilibrio umorale, emerge anche un altro punto debole: la CGI, che funziona adeguatamente nelle scene che ne contengono di meno, rivela il trucco quando è spinta al massimo dei giri (ad esempio il fuoco invocato da Silente). Nulla di indecente, ma c'è una patina perenne che ne compromette la completa credibilità.

E' giusto anche sottolineare la questione attoriale. Daniel Radcliffe non se la cava male, ma di certo riesce meglio nei momenti più carichi, le note medie non sono il suo forte. Forse un po' meglio Emma Watson e Rupert Grint, ma tutto il trio è sostanzialmente ok.
Il migliore del mazzo è sicuramente Jim Broadbent, il professor Lumacorno, tutto preso dal personaggio (ben scritto) e capace di tenere insieme gran parte del racconto. Ottimo anche il doppiaggio di Carlo Valli, duttile e sorprendente. Mentre il Severus Piton di Alan Rickman poteva essere doppiato meglio. In generale, però, il personaggio non brilla, meglio Helena Bonham Carter.

Gran parte del carisma di questo film sta nell'essere tutto sommato "controcorrente con qualità". Soluzioni ovvie e noiose come finali di pura azione ed effetti sono qui bandite, l'intensità è ricercata in modi meno ovvi. Ad ognuno poi il giudicare se sia stata raggiunta o meno.
L'impianto del film è, fin dagli avvenimenti di Hogwarts, una struttura solida, costruita con una buona scrittura e un piglio quasi teatrale, nel senso migliore del termine. Buttarla via sarebbe, come si dice in economia, "gettare via il bambino con l'acqua sporca". Se mai andava implementata, rimessa in asse. Ma è tutt'altro discorso.

Harry Potter e il principe mezzosangue è un grosso blockbuster dall'appeal universale, un passaggio interlocutorio di discreta fattura che rimane tuttavia sfocato, in attesa forse, come ci si aspetta da una serie tanto lanciata, di trovare tutto il suo senso nel finale che verrà.

Voto Borden: 7





Torna alla recensione di BordenTorna alla recensione di Angier


Continua a leggere: "Harry Potter e il principe mezzosangue - Recensione a due facce"

Ryan Reynolds sarà il volto di Lanterna Verde



Fonte: Variety

Ammettetelo, era da un po' che qui non si parlava più di supereroi, cinecomic e derivati. E magari alcuni di voi si sono anche illusi che l'invasione fosse realmente finita, che per un po' i blockbuster sarebbero tornati a parlare solo di robottoni grandi come palazzi e maghetti occhialuti...
Spiacente di rovinarvi la festicciola, ma il mondo dei comics non molla l'osso. Se non altro, il cinecomic in cantiere riguarda un personaggio che, al cinema, è rimasto ancora inedito.

Lanterna Verde, signore e signori, uno dei personaggi classici della DC Comics, uno dei tanti fratelli minori di Superman e Batman, di quelli che sono abbastanza popolari, ma solo presso il pubblico più esperto del mondo delle nuvole parlanti.
Oggi questo eroe ha un volto, ed è quello di Ryan Reynolds, che di recente abbiamo visto in X-Men-Le origini: Wolverine...

Dopo mesi di speculazioni sulla rosa dei candidati, tra cui c'era anche Justin Timberlake, in un attimo il destino dell'eroe dal costume verde si è compiuto: Reynolds sarà il protagonista.
Ora, non è che la performance di quest'attore in Wolverine abbia significato granchè (del resto in quel film perfino il protagonista Hugh Jackman risulta azzerato nelle sue potenzialità), per cui, anche ammesso che il soggetto in sè sia accattivante, non credo ci sia da spellarsi le mani in scroscianti applausi per questa scelta.

No, se mai a rendere il tutto interessante è la presenza di Martin Campbell alla regia: un bravo mestierante che sembra saper scegliere bene su quali personaggi puntare, come dimostrato con Casino Royale. Speriamo che sia stato spinto dall'entusiasmo per uno script valido, in questo caso curato da Greg Berlanti, Marc Gugghenheim e Marc Green.

Il dado è tratto, speriamo bene. Questa è la buona occasione per la DC Comics di schierare un nuovo valido avversario per i tanti personaggi Marvel che stanno invadendo il cinema in questi tempi.

Borden

Continua a leggere: "Ryan Reynolds sarà il volto di Lanterna Verde"

Michael Jackson Tribute: lo show è finito



Un feretro dorato coperto di rose rosse sotto un occhio di bue, al centro di un palazzo dello sport. Così è stata l'ultima apparizione pubblica di Michael Jackson, il Re del pop, la star più controversa della storia, il bambino mai cresciuto che ha scalato la montagna del successo fino alla cima e che poi è ricaduto giù, tra scandali e stranezze. L'impossibilità di essere normale, nel bene e nel male.

Ieri, 7 luglio 2009, si è svolta a Los Angeles la cerimonia funebre di Jackson: un raduno in forma privata di circa 150 persone, tra parenti e amici. Si pensava che fosse finita lì, che il feretro con la salma sarebbe stato trasportato al luogo, ancora incerto, della sepoltura. Con questa convinzione andava preparandosi il tributo allo Staples Center della città, dove molti fan e artisti avrebbero commemorato e dato il loro informale addio alla star. Ed ecco la sorpresa. Con un imponente corteo funebre la bara prende la direzione dello Staples Center, per regalare al pubblico presente sul luogo e al miliardo di persone che ha seguito l'evento alla tv l'ultima apparizione pubblica del loro beniamino.

MICHAEL JACKSON TRIBUTE: lo show è finito




di Borden

Devo dire che la diretta di Studio Aperto, seppur incerta nella gestione del collegamento e delle pause, ha avuto un merito non da poco per queste trasmissioni basate fondamentalmente su chiacchiere, e cioè l'aver invitato a commentare l'evento personaggi competenti e preparati, specialmente persone che hanno gestito importanti aspetti della carriera dell'artista, e che quindi lo hanno conosciuto realmente e hanno potuto aggiungere qualche prospettiva inedita ad un caos mediatico che frullava a ripetizione le stesse quattro tematiche da secoli.

Sul concerto-tributo in sè c'è poco da dire. Siamo in un'epoca in cui qualunque programma tv non esita a commerciare sentimenti umani e lacrime in cambio di un punto percentuale di ascolti, ma la commozione che ha colpito senza appello molti dei presenti, che hanno cantato o semplicemente pronunciato il loro personale discorso alla memoria di Michael, spezzando in più di un'occasione le loro voci, era autentica.

Certo, come sempre succede in questi casi, il ritratto della persona e dell'artista che ne è uscito somigliava di più a un santino, ma credo che stavolta si possa chiudere un occhio: i detrattori e gli accusatori di Michael Jackson sono già stati ampiamente ascoltati negli ultimi quindici anni.

E se sul palco dello Staples si è consumato anche qualche numero retorico o naif (ad esempio il balletto con girotondo durante Will You Be There) di troppo, non si può negare che alcuni momenti dello show siano stati concepiti con una leggerezza di tocco originale e sincera.

E' il caso dell'esecuzione di Man In The Mirror, ad accompagnare l'uscita del feretro alla fine del raduno: un'asta col microfono sul palco, solitaria, la musica senza cantato, lasciando la performance al ricordo dell'artista che ognuno porta con sè. Per un attimo quel cono di luce puntato sul palco vuoto mi ha ricordato i fasci luminosi al posto delle torri gemelle.

Per molti la fine di Michael ha significato la fine dell'unico possibile sogno ad occhi aperti. Per molti le cose non saranno più le stesse. Altri sono rimasti indifferenti. E forse ci sarà stato anche qualcuno che ha goduto della sua morte. Però tutti sono d'accordo che lo spettacolo debba continuare. Si dice sempre così.

Ma questo folletto che diceva di voler rendere il mondo un posto migliore, che amava divertire anche a costo di spaventare, ballando con gli zombie in un videoclip che ha fatto storia, forse merita un po' di riposo. La sua duplice vita sembrava davvero troppo difficile per lui, per quanto potesse amarla.

Da un lato l'uomo di spettacolo che ha creato un mondo spensierato a propria immagine, dall'altro lo schiacciante grigiore di una quotidianità di dolore, solitudine, eccentricità, incomprensione, ostilità, e tutte le zone d'ombra di un personaggio tanto discusso. E poi, com'era ovvio, anche la sua morte trasformata in un triste spettacolo.
La sua memoria e la sua musica resteranno, ma forse adesso, finalmente, per Michael Jackson il triste spettacolo non deve più continuare.

Borden


CAMMINANDO SULLA LUNA: IL LUNGO ADDIO A JACKO, "PICCOLO PRINCIPE" DEL POP



di Angier

Ieri un rispettabile padre di famiglia improvvisatosi “bagarino” è riuscito a vendere il suo biglietto per i funerali di Michael Jackson a ben 2000 dollari. Suona assurdo, ma è la verità. Che i bagarini piazzassero a caro prezzo i ticket dei concerti di big come U2, Madonna o Eminem era cosa nota. Solo Michael Jackson poteva però far sì che il suo funerale andasse sold-out in poche ore. Certo, tutti i grandi show sono soggetti a imprevisti.

Altrimenti come spiegare i circa 100 posti vuoti avvistati nello Staples Center all’inizio della cerimonia pubblica di ieri nonostante fosse addirittura stata lanciata nei giorni scorsi una grottesca lotteria per sorteggiare 8750 fortunati partecipanti tra l’oltre 1 milione e mezzo di iscritti? Anche questo fa parte dello spettacolo. Wacko Jacko non accetta cerimonie prevedibili, nemmeno da morto. Questo è il suo show.

E’ l’ultimo sberleffo, il gran finale con tanto di triplo tuffo carpiato e salto nel cerchio infuocato del Grande Prestigiatore di Neverland. Uno che ha venduto 750 milioni di dischi nel mondo ma ha lasciato ai suoi eredi una voragine da 500 milioni di dollari che nemmeno Tremonti con la sua finanza creativa riuscirebbe a ripianare. Spero solo che nel posto dove sta adesso ci sia un grosso televisore con lo schermo piatto e che lui abbia potuto gustarsi la diretta o almeno gli “highlights” in compagnia di qualche amico.

Magari anche riderci sopra, seduto accanto a Big Luciano, a Frank “The Voice“ Sinatra, al suocero Elvis, Jimi e tutti quelli che prima di lui hanno deciso di teletrasportarsi in un diverso piano di esistenza con un po’ d’anticipo rispetto alle aspettative dei fan. Difficile fare una valutazione obiettiva sulla cerimonia che abbiamo visto, a metà tra una marchetta in puro stile Hollywood e un mantra collettivo degno del funerale di Papa Giovanni Paolo II.

Devo dire che a un certo punto mi sarei quasi aspettato che un paio di celebrities in smoking salissero sul podio, aprissero una busta e declamassero “And the winner is…” prima di distribuire statuette dorate come alla Notte degli Oscar. Se mi è permesso muovere una piccola critica, la mia impressione è che quella orchestrata dai fratelli Jackson sia stata una cerimonia costosissima (si parla di 3,8 milioni di dollari che non pagheranno loro ma i cittadini losangelini ai quali l'amministrazione sta chiedendo un contributo) intrisa di retorica e di un infallibile fiuto pubblicitario.

Non metto in dubbio il loro dolore, ma sta di fatto che i consanguinei di Jacko hanno voluto controllare tutto nei minimi dettagli, con il risultato di mettere al centro della ribalta non tanto Michael Jackson bensì la Famiglia Jackson. Non è un mistero che Janet avesse contattato nei giorni scorsi Donatella Versace per affidarle la cura del look dell’intera famiglia. Detto fatto: per i fratelli abiti neri, camicie bianche, scintillanti cravatte dorate e - dettaglio aggiunto da loro stessi - un guanto bianco ricoperto di perline luccicanti come quelli che piacevano tanto a Jacko. Per le sorelle invece eleganti vestiti neri “profilati” di bianco. Passiamo alla musica.

Se ci pensate, non abbiamo sentito nemmeno uno dei brani che rappresentavano il cuore pulsante e l’anima vibrante e scatenata di Jacko. I successi di Off The Wall, Thriller, Bad, Dangerous…no, solo pezzi lenti, adatti a inframezzare i numerosi momenti strappalacrime coreografati in modo minuzioso, il cui scopo principale era uno solo: permettere alla Famiglia Jackson di auto-celebrarsi dinnanzi al mondo come grande famiglia unita e affiatata, quando tutti sanno che non è così. Negli anni, molte ruggini e molte polemiche si sono accumulate in ambito familiare, complice il fatto che nessuno dei fratelli Jackson ha mai eguagliato nemmeno lontanamente il successo di Michael.

Solo un anno fa, il New York Post riportava in un articolo che Randy Jackson aveva notevoli problemi finanziari, tali da costringerlo a lavorare come meccanico a Los Angeles nel garage di un amico di famiglia. Sul palco, Marlon ha ricordato tra le lacrime la fragilità e la bontà di Jacko, concludendo con una frase che vorrebbe essere profetica: “Forse adesso ti lasceranno in pace, Michael”.

Purtroppo penso si sbagli. Se il funerale-show dello Staples Center appartiene al versante del glamour, nei prossimi giorni ci addentreremo sempre più in atmosfere da giallo e da legal-thriller, con le speculazioni sulle cause della morte e la guerra “fratricida” per l’eredità di Jacko. Sul palco dello Staples Center si sono poi succedute nell’arco della serata diverse celebrità, ognuna delle quali ha rivendicato la sua vicinanza e amicizia con Jackson. Mariah Carey, Usher, Queen Latifah,
Smokey Robinson e altri.

Francamente, l’omaggio più sincero mi è sembrato quello di Brooke Shields anche perché – come ha ricordato uno dei giornalisti presenti alla diretta su Sky Tg 24 – “è l’unica che non ha mai fatto affari con lui”. Shields ha voluto dedicare a Jacko un piccolo brano del Piccolo Principe, cogliendo alla perfezione lo spirito tragico ed eternamente fanciullesco di Michael Jackson.

Un principe sigillato in un sarcofago dorato da 20.000 euro come una sorta di moderno Tutankhamon. Un principe sfinito da una carriera durata ben 45 anni e iniziata quando ne aveva soltanto 5. Una carriera che in fondo non si è mai potuto scegliere da solo, e chissà se ballare e cantare in cima al mondo rientrava davvero nelle sue aspirazioni.

In un suo famoso saggio, lo studioso David Deutsch ha illustrato la teoria del multiverso, secondo cui ognuno di noi ha innumerevoli versioni alternative di sé che vivono, respirano e agiscono negli infiniti universi paralleli che si dipanano attorno al nostro.

A me piace pensare che in una di queste dimensioni parallele ci sia un Michael Jackson che fa il benzinaio o lavora in una tavola calda a Gary, Indiana, la sua città natale. Non è famoso e non ha i miliardi, ma una vita semplice e appagante e una famiglia che lo ama. Chi lo incrocia ogni giorno non lo tratta come una star ma come un normale ragazzo di provincia, uno però il cui sorriso luminoso e sereno ti rimane impresso a lungo nella memoria.

Angier


Continua a leggere: "Michael Jackson Tribute: lo show è finito"

Crossing Over - Recensione di Angier



Con la sua performance fiacca e priva di interesse, il comunque inossidabile Harrison Ford incarna ahimè alla perfezione i punti deboli di un film che ricalca troppo da vicino il capolavoro Crash - Contatto fisico senza riuscire ad eguagliarne l'originalità e la brillantezza. Personaggi tratteggiati in modo grossolano, dialoghi banali e inefficaci, una sceneggiatura che fa lo stretto indispensabile per mandare avanti il film. Crossing Over è una pellicola che tutt'al più si lascia guardare ma che non riesce a fare breccia nello spettatore.

Pro: Un discreto ritmo e quel minimo di competenza dietro la macchina da presa che basta a garantire una visione del film abbastanza scorrevole. Gli estimatori di Ray Liotta potranno apprezzarne la classe e l'abilità attoriale nonostante gli evidenti lifting tolgano un pò di espressività.

Contro: Cast sciupato e fuori forma. Dialoghi vuoti e impersonali. Picchi francamente incomprensibili di una retorica pro-immigrazione che sembra non fare distinzione tra una giovane asiatica simpatizzante di Al-Qaeda, una clandestina messicana costretta a varcare il confine per garantire un futuro al figlio e un'attrice australiana in cerca di favori eccellenti per ottenere una Green Card. Storia bidimensionale e priva di profondità così come di autentica suspense.

TRAMA

Max Brogan è un agente dell’ICE (acronimo di Immigration and Customs Enforcement, una sezione speciale della Sicurezza Nazionale che si occupa di immigrazione e controllo dei flussi di ingresso negli Usa) che dopo anni di onorato servizio comincia a nutrire simpatia e compassione per i clandestini ai quali dà la caccia ogni giorno per le strade di Los Angeles. Quando una giovane immigrata messicana – subito dopo essere stata catturata - gli chiede di prendersi cura del figlio, l’uomo si trova di fronte a un bivio. La sua strada incrocerà poi quella di altri immigrati: il suo collega iraniano naturalizzato americano Hamid (Cliff Curtis); un funzionario del Dipartimento che ha il compito di supervisionare le richieste di Green Card da parte degli stranieri presenti in Usa (Ray Liotta) ; la moglie di quest’ultimo, un avvocato difensore dei diritti dei clandestini (Ashley Judd); una studentessa bengalese che nutre simpatie per i kamikaze dell’11 settembre (Summer Bishil); e due immigrati in attesa di ricevere la famigerata Carta Verde (Jim Sturgess e Alice Eve).


RECENSIONE DI ANGIER



Non so voi ma io mi sono fatto l’idea che molti grandi attori, dopo aver raggiunto la piena maturità artistica, finiscano col rifugiarsi prima o dopo in un ruolo che in quanto a clichet non ha davvero eguali: quello del burbero solitario – generalmente impiegato in qualche professione “dura” come il poliziotto, il militare, il cacciatore di teste o anche il malavitoso – che dopo una vita di cinismo e cieca abnegazione comincia ad addolcirsi e si ribella infine agli spietati meccanismi che governano il suo ambiente.

Intendiamoci, in determinate circostanze questo “stereotipo” può dare vita a interpretazioni leggendarie. E’ il caso di Al Pacino quando veste i panni di Carlito Brigante in Carlito’s Way. Ed è ciò che accade al leggendario protagonista del Mucchio Selvaggio di Sam Peckinpah, interpretato da un impareggiabile William Holden: uno stanco e disilluso mercenario che finisce col rinnegare la vita priva di etica e morale che si è costruito. E per finire, è ciò che succede al Rick Deckard di Blade Runner.

Con l’andare del tempo però, l’impressione è che un ruolo simile non costituisca più una sfida per gli attori ma anzi sia considerato una sorta di comodo rifugio per stelle professionalmente alla canna del gas. E se questo non è precisamente il caso di Harrison Ford, non c’è comunque da stare allegri. Ho tenuto per ultimo l’esempio di Deckard perché a incarnare il ruolo di protagonista nel film che recensisco oggi, Crossing Over, è proprio Ford in quella che sembra una pessima rilettura del personaggio che gli ha donato fama mondiale.

In Crossing Over infatti, Ford veste i panni di un “cacciatore” stanco come il suo omologo di 27 anni prima nel film di Ridley Scott, solo che qui non dà la caccia a replicanti ma a umani in carne ed ossa: quelli che per un motivo o per l’altro hanno varcato illegalmente i confini americani in cerca di fortuna, opportunità o anche solo qualche chance in più di sopravvivenza. Ogni giorno, Ford è costretto a compiere retate assieme ai suoi colleghi nei magazzini e nelle fabbriche in cui lavorano i clandestini, almeno fino al momento in cui una giovane messicana scovata dietro un mucchio di vestiti gli cambia la vita.

Attorno al personaggio di Ford ruotano poi una serie di vite intrecciate tra loro nella caotica quotidianità della Los Angeles contemporanea. Tutti hanno a che fare in un modo o nell’altro col tema dell’immigrazione, siano stranieri alla disperata ricerca di una Green Card (Alice Eve e Jim Sturgess), avvocati che difendono i diritti dei clandestini (Ashley Judd) o funzionari che presiedono alla regolarizzazione degli immigrati sul territorio Usa (Ray Liotta). A un certo punto però, in questa sarabanda di storie e interessi privati ci scappa il morto, dando al film una svolta decisamente tragica.

Crossing Over vorrebbe far riflettere il pubblico su temi delicati come il razzismo, l’intolleranza, gli steccati ideologici e religiosi che ancora resistono in quella che viene sbandierata nel mondo come il perfetto esempio di società multirazziale: gli Stati Uniti. Il problema è che l’approccio a questi argomenti sembra insincero e lezioso come la tesi di laurea di uno studente di cinema che vuole soltanto mettersi in mostra.


Non basta saper tenere in mano una cinepresa per fare un buon film, e alla fine della fiera Crossing Over non è altro che una una copia sbiadita e decisamente inutile di Crash – Contatto fisico, gioiello del 2004 firmato Paul Haggis. La struttura e lo stile dei due film è praticamente identica, come se Wayne Kramer – sceneggiatore oltreché regista della pellicola – avesse studiato a menadito il copione del film di Haggis sperando ingenuamente di replicarne il successo.

Per farlo però, non esita a dare fondo a ricatti psicologici e a mezzucci retorici che fanno sembrare il film più schierato del Tg4 di Emilio Fede nel voler dimostrare la sua tesi: in questo caso, Kramer sembra volerci persuadere della cattiva coscienza degli Stati Uniti nei confronti degli immigrati e delle vessazioni morali a cui li sottopone in nome della sicurezza nazionale.Il risultato però è a tratti grottesco. Prendiamo ad esempio una delle scene iniziali del film, nel quale vediamo una studentessa bengalese insultata, disprezzata e aggredita verbalmente dai suoi compagni di classe per aver scritto un tema nel quale inneggia alla jihad e difende i kamikaze dell’11 settembre 2001.

Ora, viene spontaneo domandarsi quale reazione si aspetti il regista da noi spettatori. Dovremmo forse solidarizzare con la giovane e sentirci indignati di fronte alle conseguenze giudiziario-investigative del suo outing integralista? Impossibile. La reazione più naturale del pubblico di fronte a un’apologia di reato – per giunta riguardo a un crimine così spregevole e vigliacco come l’attacco alle Torri Gemelle – non può che essere di condanna assoluta. E questa non è l’unica incongruenza di un film che per tutta la sua durata scorre in modo macchinoso e artificiale, affastellando vicende personali poco credibili e studiate a tavolino.

Più che un flusso di immagini e sequenze ben amalgamate tra loro e presentate in modo da fornire un messaggio, la pellicola assomiglia a un agglomerato di pezzi prefabbricati e assemblati insieme in catena di montaggio, senza alcuna attenzione alla visione d’insieme. Non c’è alcuna spontaneità nei numerosi incastri che il film cerca di inanellare. Sembra che gli sceneggiatori non abbiano saputo fare niente di meglio che cercare di trasformare Los Angeles in un paesino di provincia dove le stesse persone continuano a incrociarsi all’infinito e a inciampare letteralmente l’uno sui piedi dell’altro, facendo progredire a singhiozzo una trama piatta e inefficace. Siamo di fronte a una storia bidimensionale, priva di qualunque profondità.

Non c’è nemmeno un equilibrio azzeccato tra i vari registri del film: i numerosi momenti “drammatici” soffrono di eccessi retorici e dialoghi che sembrano scritti dagli sceneggiatori delle “mitiche” telenovelas venezuelane con Grecia Colmenares (“Topazio” uber alles); i passaggi più thriller non vanno oltre la suspense preconfezionata di un tv movie. Anche il comparto attori è uno spettacolo desolante: l’unico che si salva è Ray Liotta il quale – nonostante la mimica facciale immobilizzata dai numerosi tiranti che i chirurghi estetici gli hanno installato sottopelle per distendergli i lineamenti – trasuda stile e classe da ogni inquadratura come faceva ai tempi di Goodfellas. Ashley Judd è del tutto irrilevante, come il suono di un albero che cade in una foresta completamente disabitata. Sturgess e la Eve non riescono a emergere nonostante i piccoli sforzi fatti. Cliff Curtis, attore solitamente bravo, dà una prova al di sotto delle sue possibilità.

E il punto più dolente riguarda proprio lui, il buon vecchio Harrison. Bolso, sciupato, svogliato per nulla carismatico: la sua è una performance da dimenticare, ma sono sicuro che un grande come lui non ci metterà molto a rifarsi. A patto che rinunci al comodo clichet del burbero solitario e in guerra col mondo.

Voto di Angier: 5

Continua a leggere: "Crossing Over - Recensione di Angier"