
Eterni Peter Pan senza fascino né stile. Adolescenti sgrammaticati che parlano sboccato, toppando i congiuntivi e raddoppiando o triplicando le consonanti in virtù di un dialetto romanesco diventato francamente insopportabile. Donne borghesi di mezz’età nevrotiche “per contratto” come i personaggi di Margherita Buy e isteriche trentenni urlanti che hanno puntualmente il volto di Giovanna Mezzogiorno. Sono solo alcuni dei fastidiosi clichet ai quali ci ha abituato il cinema italiano.
Mettendoli tutti in fila ci si potrebbe tappezzare un gigantesco muro del pianto, o ancora meglio le pareti delle sale cinematografiche in una sorta di monito permanente agli spettatori. Diciamoci la verità: l’ultimo grande del cinema italiano era un tizio di nome Sergio Leone. Uno che ha preso il western americano e l’ha portato a livelli mai raggiunti prima di allora. Uno al cui cospetto i grandi del cinema a stelle e strisce si sedevano a prendere appunti come insicuri liceali al primo giorno di scuola.
Dopo di lui, il deserto. Non serviva certo Ciak per farci giungere a questa conclusione, ma di sicuro l’inchiesta che il magazine della De Tassis ha condotto (interpellando, tra gli altri, anche noi) ci dà un piccolo segnale che qualcosa sta cambiando, se non altro in chi sta attorno - e osserva quotidianamente - il mondo del cinema.
E ci dà anche la flebile speranza che la gerontocrazia che governa l’industria cinematografica italiana si accorga finalmente che qualcosa deve cambiare. Bisogna applicare criteri meritocratici alla selezione dei film per evitare che il pubblico senta puzza di clientelismi; bisogna valutare le proposte per la loro qualità e originalità e non in base a giochi di forza che spesso hanno più a che spartire con la politica che con la cultura; basta con i finanziamenti pubblici concessi a progetti cinematografici che poi spesso e volentieri non approdano mai in sala; bisogna aprire tutti i settori dell’industria del cinema ai giovani, favorire un ricambio in posizioni chiave delle case di distribuzione e di produzione. Questa è la mia opinione, e vorrei il vostro parere al riguardo.
Solo così, imitando Paesi come la Gran Bretagna e la Francia, il cinema italiano potrà svegliarsi nuovamente dal suo torpore e raccontare qualcosa di nuovo e interessante. Qualcosa che non siano i piccoli deliri autoreferenziali di giovani che si atteggiano a precari bistrattati senza nemmeno mascherare la loro parlata “da quartieri alti”; oppure i beceri teatrini di “cumenda” del Nord che partono per mete esotiche con tanto di segretarie scosciate e fauna assortita al seguito. Ora naturalmente, la parola passa a voi. Cosa vedete di buono e cosa di cattivo nel cinema italiano? E’ un disastro senza rimedio o c’è un po’ di luce in fondo al tunnel? Come si suol dire, l’ultima parola al popolo.
Angier




Voto Borden: 5






























