Il cinema italiano nel 2009? Un'irritante Armata Brancaleone di mediocrità e luoghi comuni



Eterni Peter Pan senza fascino né stile. Adolescenti sgrammaticati che parlano sboccato, toppando i congiuntivi e raddoppiando o triplicando le consonanti in virtù di un dialetto romanesco diventato francamente insopportabile. Donne borghesi di mezz’età nevrotiche “per contratto” come i personaggi di Margherita Buy e isteriche trentenni urlanti che hanno puntualmente il volto di Giovanna Mezzogiorno. Sono solo alcuni dei fastidiosi clichet ai quali ci ha abituato il cinema italiano.

Mettendoli tutti in fila ci si potrebbe tappezzare un gigantesco muro del pianto, o ancora meglio le pareti delle sale cinematografiche in una sorta di monito permanente agli spettatori. Diciamoci la verità: l’ultimo grande del cinema italiano era un tizio di nome Sergio Leone. Uno che ha preso il western americano e l’ha portato a livelli mai raggiunti prima di allora. Uno al cui cospetto i grandi del cinema a stelle e strisce si sedevano a prendere appunti come insicuri liceali al primo giorno di scuola.

Dopo di lui, il deserto. Non serviva certo Ciak per farci giungere a questa conclusione, ma di sicuro l’inchiesta che il magazine della De Tassis ha condotto (interpellando, tra gli altri, anche noi) ci dà un piccolo segnale che qualcosa sta cambiando, se non altro in chi sta attorno - e osserva quotidianamente - il mondo del cinema.

E ci dà anche la flebile speranza che la gerontocrazia che governa l’industria cinematografica italiana si accorga finalmente che qualcosa deve cambiare. Bisogna applicare criteri meritocratici alla selezione dei film per evitare che il pubblico senta puzza di clientelismi; bisogna valutare le proposte per la loro qualità e originalità e non in base a giochi di forza che spesso hanno più a che spartire con la politica che con la cultura; basta con i finanziamenti pubblici concessi a progetti cinematografici che poi spesso e volentieri non approdano mai in sala; bisogna aprire tutti i settori dell’industria del cinema ai giovani, favorire un ricambio in posizioni chiave delle case di distribuzione e di produzione. Questa è la mia opinione, e vorrei il vostro parere al riguardo.

Solo così, imitando Paesi come la Gran Bretagna e la Francia, il cinema italiano potrà svegliarsi nuovamente dal suo torpore e raccontare qualcosa di nuovo e interessante. Qualcosa che non siano i piccoli deliri autoreferenziali di giovani che si atteggiano a precari bistrattati senza nemmeno mascherare la loro parlata “da quartieri alti”; oppure i beceri teatrini di “cumenda” del Nord che partono per mete esotiche con tanto di segretarie scosciate e fauna assortita al seguito. Ora naturalmente, la parola passa a voi. Cosa vedete di buono e cosa di cattivo nel cinema italiano? E’ un disastro senza rimedio o c’è un po’ di luce in fondo al tunnel? Come si suol dire, l’ultima parola al popolo.

Angier

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Transformers: la vendetta del caduto - Recensione di Borden



Il nuovo giocattolone dai toni super-saturi di Michael Bay è la quintessenza del blockbuster estivo. Ipertrofico, discontinuo, frastornante, è un film a suo modo estremo, che si aliena al volo interi settori di pubblico prima ancora di essere visto. Da guardare rigorosamente senza pretese di sorta. Ma è giusto riconoscergli, a tratti, una scrittura brillante e divertente e la giusta dose di ironia e umorismo. Solo a tratti, purtroppo.

TRAMA

Mentre Sam (Shia Labeouf) è in procinto di partire per il college ritrova l'All Spark, particella che gli trasmette la capacità di vedere i simboli della razza aliena dei Transformers e, con essi, la mappa per recuperare la Matrice, artefatto in grado di assorbire l'energia dei cubi di Energon che alimenta i robot. Sulle sue tracce ci sono però i malvagi Decepticon guidati da The Fallen, Il Caduto. Ad accompagnare il giovane la sua ragazza Mikaela (Megan Fox) e i valorosi Autobot...

RECENSIONE DI BORDEN



Come è ovvio, il nuovo Transformers, più che un blockbuster, è un trattato scientifico sui blockbuster intesi come genere da catena di montaggio. Lo spettatore va al cinema e si ritrova catapultato in una storia piena di robottoni riciclati dai gloriosi anni ottanta, ridisegnati e riassemblati con un gusto più attuale e visivamente complesso; un protagonista (Shia LaBeouf) completamente nerd ma sentimentalmente impegnato con una sex-symbol (Megan Fox) che è brava, fedele e lavora in officina col padre; e poi, i militari buoni e qualche alto funzionario senza scrupoli ma goffo, una ambientazione spaziale che frulla suggestioni alla Armageddon insieme a minacce stellari da tv dei ragazzi.

Insomma Transformers-La Vendetta del caduto è un film di cui ognuno, con un po' di immaginazione, può farsi una propria "anteprima" con pochissimo margine di errore. E' un problema? Sì, nel senso che se non si è disposti a staccare completamente il cervello, magari perchè si ritiene che non ci sia intrattenimento senza un minimo di intelligenza (come pensa il sottoscritto), la visione di un film diventa in gran parte inutile quando non tediosa.

L'azione è massiccia, visivamente iperbolica. Si ha sempre la sensazione che gli effetti visivi del film non conoscano limiti tecnici di sorta. I personaggi sono stereotipi surgelati pronti all'uso.
La pellicola gode poi del giusto coefficiente di ironia, anche se solo parzialmente supportata da una scrittura briosa e divertente. Peccato che si conceda alcune volgarità che definire inutili sarebbe un eufemismo (i cani all'inizio...).
Bisogna però ammettere che anche nei momenti in cui sembra che le sterminate scene d'azione perdano completamente di attrattiva, capita (solo a volte) che lo script riesca a risintonizzarsi col pubblico nel giro di una battuta, magari di uno degli Autobot (vedi inseguimento iniziale).

La prima parte è quella più bilanciata, come spesso nei blockbuster, con un buon "approfondimento" delle vicende così umane del protagonista (a proposito, LaBeouf non se la cava affatto male), sempre all'insegna dell'umorismo e dell'ironia. Il peggio viene dall'introduzione dei robot. La loro presenza scenica non basta a compensare la nullità dei dialoghi che producono; non c'è un solo momento in cui i cattivi, i Decepticon, riescano a trasmettere un minimo senso di minaccia. I buoni, gli Autobot, funzionano invece solo quando prendono in giro il compagno di stanza di Sam/LaBeouf, e in poche altre gag.

Quindi cosa manca a questo film? Il senso della misura. Il rendersi conto che mettere in scena tanti giganti di metallo colorato e centrifugarli in eterne sequenze di battaglia spegne per sfinimento qualunque senso di meraviglia; o che il fatto stesso di elaborare le figure dei robot in una maniera così dettagliata confonde inutilmente le idee e non permette di apprezzarne le fisionomie; che il fatto di imbastire una sequenza di battaglia da mezz'ora e più (quella finale), con la sovrastimolazione sensoriale a cui si sottopone lo spettatore, produce una quasi immediata assuefazione e di conseguenza il disinteresse.

E poi, so che sto diventando ripetitivo, ma basta con lo schema: prima parte azione/approfondimento, seconda parte solo-azione-a-oltranza-e-guai-a-chi-pronuncia più-una-battuta-degna-di-nota.
Ultimo appunto: il doppiaggio italiano dei robot, appiccicato e dozzinale.

Voto Borden: 5


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Michael Jackson: è morto il Re (del Pop), Viva il Re (del Pop)!



di Angier



In queste ore Neverland deve sembrare – se possibile - ancora più spettrale. Il ranch da sogno con luna park annesso, costruito su un appezzamento di circa 2800 acri di terra in California, ha incarnato per poco meno di dieci anni il sogno a occhi aperti del Re del Pop ma giaceva in stato di abbandono da almeno due, intaccato dai continui scandali sessual-giudiziari e dai problemi economici che hanno travolto a fasi alterne la carriera di Michael Jackson. Ma ora che lui è morto, i muri e le elaborate architetture dal look barocco di questa tenuta che sembra scaturita dal più allucinato incubo di Tim Burton, sembrano pronte a sgretolarsi definitivamente mentre piangono la scomparsa del loro padrone.



Michael Jackson è deceduto a soli 50 anni ieri alla mezzanotte – ora italiana – calando per sempre il sipario su una delle più potenti e controverse leggende dell’era moderna. La sua carriera era cominciata a soli 5 anni fagocitando un’infanzia che non ha mai avuto il tempo di svilupparsi secondo i tempi naturali dell’età puerile. Già allora, Michael era infatti impegnato a sgambettare sul palco – quasi una Shirley Temple al maschile – con i Jackson Five, band che includeva anche i suoi fratelli Jackie, Jermaine, Tito e Marlon.

Sull’evoluzione della sua personalità ha pesato sicuramente l’influenza del padre/padrone Joe Jackson, a proposito del quale si sono inseguite per anni voci confuse sul fatto che abusasse in vari modi non solo di Michael ma anche dei fratelli e delle sorelle. Una verità univoca sulla faccenda non è mai stata raggiunta, ma qualche anno fa i giornali riportarono alcune presunte dichiarazioni contenute nella sinossi di un libro - poi mai pubblicato - che avrebbe dovuto uscire a firma di Jermaine Jackson.

Tra queste ce n’era una a dir poco choccante: “Joseph fece alcune cose disgustose a LaToya e specialmente a Rebbie. Se non fosse stato per la lealtà che mia madre mostrò nei suoi confronti, sarebbe probabilmente finito in galera per ciò che ha fatto alle nostre sorelle”. Riguardo a Michael tuttavia, il Re del Pop non ha mai dichiarato di aver subito abusi sessuali da parte del padre, pur ammettendo di essere stato picchiato in numerose occasioni. Sembra esserci tuttavia un inquietante “effetto specchio” nelle presunte molestie subite dal padre e in quelle di cui Jackson stesso sarebbe stato accusato da alcuni giovanissimi frequentatori della sua Neverland diversi anni più tardi.

Ma questo è solo uno dei misteri che circondano la vita di Michael Jackson, artista poliedrico la cui carriera decollò definitivamente nel 1979 con l’album Off the Wall che gli fruttò il terzo posto nella Billboard Top 200 e svariati premi internazionali. Ma nonostante il successo del disco, il maniacale Jackson sentiva di poter fare di più, e i fatti gli avrebbero dato ragione il 30 novembre del 1982: è in quella data che uscì il nuovo full-lenght Thriller, destinato a diventare l’album più venduto di tutti i tempi.

Trainato da singoli come Wanna be startin’ somethin’, The girl is mine, Billie Jean e ovviamente Thriller (di cui venne realizzato un anno dopo l’uscita del disco un memorabile video che ancora nel 2006 il Guinness dei Primati premiava come “Il video musicale di maggior successo”), l’album consacrò definitivamente il mito del Re del Pop, ponendo però anche le basi per quell’inarrestabile metamorfosi psicologica e soprattutto fisica che ha contraddistinto tutta la vita di Jackson.

Dal progressivo schiarimento della sua pelle (che sembrerebbe però essere dovuto a una malattia della pelle chiamata "Vitiligine totale") alla scelta di dormire in una camera iperbarica per rallentare il processo di invecchiamento; dai ripetuti interventi di chirurgia plastica che resero il suo volto quello di un irriconoscibile e beffardo manichino a bizzarre abitudini come quella di accompagnarsi per un certo periodo a uno scimpanzè di nome Bubbles; Michael Jackson diede in pasto alle fucine del gossip mondiale numerosissime leggende che andarono a rinforzare il suo mito oltre a fruttargli il nickname di Wacko Jacko.

Un processo questo che nemmeno lui poteva controllare e che gli si ritorse ben presto contro, quando vennero rese pubbliche le accuse di molestie su minori ai suoi danni (sempre assolto però) e altri scandali che incrinarono la sua immagine. Tra un gossip e l’altro, tra uno scandalo e l’altro, Jackson ha tuttavia disseminato la storia del pop di pietre miliari come Bad e Dangerous, raggiungendo l’ultimo grande picco con il greatest hits HIStory prima del progressivo declino che il cd del 2001 Invincible non è riuscito a fermare nonostante i 10 milioni di copie vendute.

Da allora, Wacko Jacko è sembrato rifugiarsi in una “quotidianità” ancora più bizzarra e inspiegabile del solito, alternando periodi di isolamento all’interno del suo ranch fiabesco Neverland a chiacchierati soggiorni presso qualche amico sceicco a Dubai. Di recente, questo variopinto e chiassoso circo che era diventata la vita di Jackson sembrava sul punto di un grande rinnovamento: era degli ultimi mesi la notizia che Jacko era pronto a un nuovo tour definito dai suoi stessi manager e agenti un “incubo logistico”.

Per presentarsi in forma alla nuova trionfale tourneè che avrebbe dovuto partire il 13 luglio da Londra e segnare il suo ritorno sulla scena mondiale, Jacko aveva persino assunto un personal trainer d’eccezione: quel Lou Ferrigno che tutti ci ricordiamo muscolosissimo e verde di collera nella serie tv di culto Hulk. Jacko era pronto a stupire il mondo ma lo ha fatto in un modo che ha colto in contropiede persino lui: stroncato da un infarto che ha scritto la parola fine su una delle esistenze più geniali, strane, grottesche e incredibili che lo star-system ricorderà nei decenni a venire.

E ora che le speranze che la morte di Jackson non sia altro che una trovata pubblicitaria svaniscono con il passare dei minuti, è evidente che le scene che si susseguono in queste ore davanti a Neverland ricordano molto da vicino quelle avvenute il 16 agosto del 1977 di fronte a un’altra “land”: la Graceland di Elvis Presley. Il Re del Rock e il Re del Pop accomunati da un destino beffardo che ha preteso da loro il prezzo più alto quando ancora non erano pronti a rassegnarsi alla fine e a entrare nella Storia dalla porta principale. Due re, traditi dalla fama e dal fato, come in fondo succede a ogni sovrano che si rispetti.

Se ne va così oggi l'uomo che complessivamente ha venduto oltre 750 milioni di dischi, lo stesso che circa un anno fa si è convertito all'Islam; lo stesso che nel 1985 acquistò le royalties dell'intera discografia dei Beatles per poi rivenderle alla Sony dieci anni dopo. Lo stesso uomo che ha rivoluzionato il concetto stesso di pop e che ha ipnotizzato platee oceaniche con i suoi instancabili piedi dai calzini bianchi. E allora, non resta che salutare Michael Jackson con la formula tradizionale che accompagnava nell’antichità l’estrema dipartita di un re tributandogli tutti gli onori che gli spettavano di diritto: “E’ morto il re! Viva il re!

Angier


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Coraline - Recensione a due facce



Angier: A 16 anni di distanza dal memorabile affresco gotico di Nightmare Before Christmas, il regista Henry Selick torna a superare sè stesso con una perla dark che rimarrà a lungo nei vostri occhi e nei vostri pensieri. La tecnica dello stop-motion conferisce un'anima e un cuore al magico, coloratissimo e inquietante mondo di Coraline. Una storia avvincente, poetica, enigmatica e inquietante.

Borden: un film d'animazione che in un primo momento entusiasma con la bellezza visiva di un mondo fantastico in stop-motion e 3D, per poi abusare dei suoi mezzi e rivelare l'assenza di una storia forte e coinvolgente. Se si guarda alla sostanza, Coraline e La Porta Magica non è in grado di offrire niente che non sia una vicenda archetipica troppo lenta e inconsistente, avvolta nel dark di un delirio gotico.


TRAMA

Coraline è una bambina di 11 anni appena traferitasi con i genitori in una casa di Ashland, nell'Oregon. Esplorando l'abitazione - che sembra avere alle spalle una storia molto antica - la bambina scopre per caso una porta che conduce in un altro mondo: giunta dall'altra parte, Coraline si trova in un universo parallelo, identico a quello in cui vive ma dove tutto sembra essere più allegro, vivace, sgargiante e divertente. Un altro particolare che Coraline nota immediatamente è che qui tutti hanno dei bottoni neri al posto degli occhi...

RECENSIONE DI ANGIER



Ormai non c’è dubbio: Neil Gaiman è il Lewis Carroll dei nostri giorni è Coraline è il suo capolavoro, il suo Alice nel Paese delle Meraviglie declinato in una versione squisitamente dark e inquietante. Come in ogni fiaba che si rispetti, la storia di Coraline prende avvio da un geniale e avvincente ”What if”: cosa succederebbe se una bambina - appena trasferitasi con i genitori in un’antica dimora di campagna - scoprisse che un passaggio celato all’interno di un muro conduce in un mondo dove una donna con due bottoni neri al posto degli occhi sostiene di essere sua madre?

Per trasferire sul grande schermo la favola nera di Gaiman, il regista Henry Selick – lo stesso di Nightmare Before Christmas, per intenderci – ha compiuto un enorme sforzo tecnico, creativo e in definitiva umano. D’altronde, lui stesso ha spiegato le ragioni della sua scelta a chi gli chiedeva insistentemente perché avesse preferito la costosa e complicata tecnica dello stop-motion alla “normale” animazione che va per la maggiore al cinema: “Con l'animazione in stop-motion si può sentire la mano dell'animatore che imprime una forza particolare ai personaggi. È come se l'animatore recitasse attraverso i suoi personaggi”.

Ecco condensata in una semplice frase l’anima di Coraline, il suo spirito artigianale e incredibilmente genuino, la sua capacità di immergere lo spettatore in un mondo popolato di personaggi che lasceranno nello stesso un segno indelebile o quasi (a patto che questi si ponga con cuore aperto di fronte alla storia e non con l’ottusa rigidità di un manichino inanimato).

Selick e il suo team sapevano di non poter emulare la schiacciante superiorità di mezzi e tecnologia di un colosso come Pixar o Dreamworks, perciò hanno deciso di spostare la competizione su un altro terreno: quello della genuinità d’intenti, della passione certosina nel realizzare qualcosa di unico, della buona vecchia tradizione “hand-made” che riesce sempre a svettare sulle sofisticate tecniche della produzione in serie.

Domanda: dovendo acquistare delle calzature, preferireste un paio di eleganti scarpe italiane realizzate a mano nell’antica bottega di un calzolaio oppure un paio di sneakers prodotte in catena di montaggio? Tale è infatti la differenza tra Coraline e tanti divertenti ma sciocchi film d’animazione: il primo è un film la cui sostanza è reale, fatta di oggetti concreti come pupazzi, scenografie, utensili che gli animatori hanno manipolato pazientemente fotogramma per fotogramma (tenete presente che in un secondo c’ “entrano” ben 24 fotogrammi); i secondi sono delle chiassose baracconate di plastica che servono solo a distrarre la mente dai problemi quotidiani per un paio d’ore.

E se è vero che, come ha dichiarato uno degli animatori del film, lavorare con lo stop-motion “è come scolpire con la luce”, Selick e la sua squadra hanno fatto con la luce ciò che un certo Michelangelo Buonarroti ha fatto col marmo nel realizzare il famoso David.

La pellicola sceglie volutamente di imporre alla storia una cadenza da libro più che da film. Così facendo, lo spettatore può farsi trascinare nel flusso dei fotogrammi come farebbe dallo scorrere delle pagine di un libro, venendo letteralmente rapito all’interno di un mondo cupo e stupefacente, pieno di simbolismi e misteri. Onorando la sua natura fortemente allegorica, Coraline ci presenta un microcosmo di personaggi stravaganti, eccentrici e spesso minacciosi: tutti però sono portatori di un messaggio, di un sistema di valori e di una filosofia di vita.

Spetterà a noi scegliere quali abbracciare e quali respingere, ma il viaggio sarà comunque indimenticabile. Non mancano poi citazioni o anche semplici allusioni ad altre celebri storie fantastiche: in certe scene si respira aria da Mago di Oz, in altre è inevitabile cogliere qualche riferimento esplicito ad Alice nel Paese Meraviglie (in primis la presenza di un gatto fuori dal comune e dotato di risorse inaspettate); in altre ancora emergono atmosfere à la Fratelli Grimm. Ma se c’è un merito da attribuire a Gaiman, è quello di aver creato una fiaba adulta che non cede mai il passo a morali preconfezionate o a facili dicotomie Bene/Male. Mondo reale e mondo incantato non sono banalmente due facce della stessa medaglia ma realtà intrecciate e confuse tra loro che presentano in egual misura lati oscuri ed elementi di fascino.

In tutto questo, il 3d svolge un ruolo semplicemente eccezionale nel restituirci un mondo coloratissimo, in continuo movimento e dotato di un realismo impareggiabile. Quello che Selick fa della terza dimensione è però un uso raffinato e molto intelligente, in controtendenza rispetto a molti blockbuster d’animazione che cercano di stupire il pubblico con trovate in stile Disneyland. E' l'ennesima conferma del fatto che Coraline non è un film qualunque. Qui, oltre agli effetti speciali e al budget, ci sono cuore e anima in abbondanza.

Voto Angier: 10



RECENSIONE DI BORDEN



L'ennesimo film che fa un errore vecchio come il mondo. Coraline e La Porta Magica è un racconto dark e fiabesco che sfrutta la tecnica dello stop-motion e quella del 3D e, per questa ragione, crede di poter fare a meno di una sceneggiatura forte e si dilunga, senza proporzione tra minutaggio e materiale narrativo.

Proprio per questo errore, viene spontaneo partire dalla menzione dell'aspetto tecnico, che racchiude le uniche note davvero positive di questo lungometraggio. L'animazione delle miriadi di creature e delle ambientazioni profuma di favola ed è realizzata con tecnica sopraffina, impossibile rilevare errori o lacune in questa messinscena da sogno gotico.

Ma lo stupore diventa in pochi minuti qualcosa di ordinario e di sostanzialmente pacifico, una sbornia colossale di creaturelle e mostriciattoli che germinano da ogni dove, location che si animano di fantasie kitsch; ed è a questo punto che lo spettatore si ritrova da solo e abbandonato di fronte a un bivio: o l'ambientazione magica è sufficiente a rapirlo e a conservare la sua partecipazione oppure dovrà fare i conti con una storia lenta, a tratti pesantemente infantile, non troppo originale (Alice non è nel paese delle meraviglie ma dietro l'angolo!) e modesta anche sotto il profilo della tensione horror, che funziona a dovere solo in casi sporadici, tutti oltre la metà del film.

Molte linee di dialogo sono semplicemente kid-oriented (senza però farne un film per bambini), poco importa se in sottofondo languono tematiche e simbologie adulte, perchè in superficie non funzionano a dovere.
Coraline stessa, bambina vivace e curiosa ma di buon cuore, è un personaggio troppo tipico perchè lo spettatore si senta coinvolto dal suo viaggio iniziatico e dalla morale che fa capolino fin da subito. Confezione nuova e storia vecchia non lasciano speranze all'originalità, o a sviluppi che non siano facilmente intuibili.

In particolare la prima metà del film sembra un lungo preambolo senza sostanza, regno della noia in attesa che il secondo tempo risollevi, sia pur debolmente, le sorti generali. Ed è quasi un colmo amaro che un film che sfrutta con tale perfezione la tecnologia a tre dimensioni presenti una sceneggiatura così incorporea.
Sarebbe bastato davvero ridurre drasticamente il montaggio finale per valorizzare meglio le (poche) risorse di questo racconto.
Occasione mancata.



Voto Borden: 4,5


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Ossessioni atmosferiche: Symbolical


Symbolical from SymbolicalMovie on Vimeo.


Oggi cogliamo l'occasione di mostrarvi un breve ma intenso cortometraggio, firmato da due giovani "di famiglia" (eh, questi raccomandati...); scherzi a parte, si sono meritati un post tutto per il loro lavoro.
Symbolical, questo il titolo dell'opera, è un breve "incubo" ad occhi aperti, e mostra cosa significhi produrre un lavoro interessante e insolito con pochissimi mezzi e tanta serietà. E un'idea.

Come vedete, si tratta di alcune scelte felici e di una trama essenziale, ma con risvolti di ampio respiro che suscitano complicità nello spettatore.
Si può dire che questi due ragazzi, Alessandro Orefice e Federico Scola, in questa loro opera prima, hanno trovato un "motivo" e l'hanno orchestrato con cura.
Il movimento instabile ma non confuso della videocamera, la recitazione comunicativa, l'uso della musica e dello spazio, l'attenzione al montaggio: poche coordinate, ma efficaci, e il messaggio arriva.
Bene, ora le presentazioni sono fatte. Vi diamo in pasto il video, con l'intento di sentire il vostro parere ed eventualmente discuterne. A voi il giudizio, e siate spietati!

Angier & Borden


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Gran finale di Biografilm Festival 2009, vince il film di Jeremiah Zagar "In a Dream"



E’ il coraggio, quello di Jeremiah Zagar e del suo film In a Dream, a trionfare a Biografilm Festival 2009. Il regista statunitense si è aggiudicato il Lancia Award – il premio più prestigioso messo in palio dalla rassegna cinematografica sulle “vite in pellicola” – grazie al suo onesto e spiazzante ritratto famigliare che mette al centro la figura del padre Isaiah Zagar: un eccentrico artista del mosaico che ha lastricato con 5000 metri quadrati di tessere variopinte la sua Philadelphia.

Il film contiene crude rivelazioni sul difficile rapporto coniugale tra Zagar e la moglie Julia, nonché sconcertanti verità sul passato dell'artista tra le quali una molestia sessuale subita quando l’uomo era soltanto un ragazzino. Tra gli altri film premiati, la menzione speciale della giuria è andata a In search of Memory di Petra Seeger. Uno speciale premio per il quinto Biografilm Festival è andato poi a Protagonist di Jessica Yu.

Il riconoscimento del pubblico è andato a Garbage Warrior di Oliver Hodge. Da non dimenticare poi il premio `Lancia Celebration of Lives´ assegnato quest'anno a Elliot Tiber, uomo-simbolo di Woodstock, tra i protagonisti di questa edizione di Biografilm fortemente incentrata sulla celebrazione della Summer of Love del 1969.

In questo senso, va dato agli organizzatori di Biografilm il merito di essere riusciti a creare la prima “reunion” ufficiale dei protagonisti del festival dopo 40 anni: oltre a Tiber c’erano Artie Kornfeld – co-creatore della manifestazione assieme a Michael Lang – e Michael Wadleigh, regista del documentario culto “Woodstock: 3 Days of Peace and Music”, oltre naturalmente a Barry Z Levine, fotografo al quale sono attribuiti alcuni tra gli scatti più memorabili di quella stagione.

In aggiunta a questi, la rassegna ha visto tanti altri ospiti di grande pregio (da Cass Warner a Jade Marx-Berti, rispettivamente le nipoti di Harry Warner e Groucho Marx) e decine di anteprime e proiezioni speciali (da Pvc-1 a The Fall, di cui parlerò in un prossimo post).

E non maschera l’euforia il fondatore del festival Andrea Romeo nel tracciare un bilancio riassuntivo della sua manifestazione: questo giovane imprenditore della cultura – che di anno in anno sembra sempre più affetto da una sorta di sana e assolutamente positiva “megalomania” artistico/organizzativa – snocciola entusiastico le cifre di questa edizione: 22.000 spettatori complessivi, oltre 500.000 euro di budget, 60 ospiti internazionali, la preziosa partnership di sponsor ormai consolidati come Lancia (si vedevano girare tante di quelle Lancia Delta che neanche nel film Angeli e Demoni) e altri numeri che non sto qui a citarvi.

Bocche cucite naturalmente sulla prossima edizione che – almeno questo è certo – ci sarà: segnate dunque sui calendari le date dal 9 al 14 giugno 2010, quando debutterà la nuova edizione di Biografilm.

Angier

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Peter Morgan scriverà il prossimo Bond



Fonte: Comingsoon

Allora, questa per me è una notizia allettante perchè, sinceramente, pur non disprezzando Quantum Of Solace, credo proprio che con Bond si possa fare molto, molto di più.
Peter Morgan è ufficialmente entrato nel team di autori del prossimo film di 007, con Daniel Craig ancora una volta nei panni dell'agente britannico...

Peter Morgan può essere davvero quello che occorre: è l'autore di Frost/Nixon e di State Of Play; e se il secondo è "solo" un buon thriller giornalistico, il primo è a suo modo un piccolo classico istantaneo, solido e impeccabile, pur in totale difetto di azione. E' un tizio che sa come tratteggiare grandi personaggi e situazioni partendo dai dialoghi, con cui costruisce sapidi "combattimenti". Per questo sapere che Morgan sarà lo sceneggiatore di "Bond 23" potrebbe significare maggior maturità e profondità da infondere nel franchise, anche se l'autore (che viene dal Teatro) sarà affiancato da Neal Purvis e Robert Wade, che ormai con 007 sono di casa.

Il fatto è che dopo Casino Royale credo che la serie abbia avuto un calo netto con Quantum, che pure non è da disprezzare; però è innegabile che abbia strozzato troppo presto la vena creativa del predecessore, e in modo ingiustificabile, visto che la formula aveva pagato al botteghino con il maggiore incasso nella storia del franchise.
Parliamoci chiaro: l'azione non mancherà mai nei film di Bond, quindi i fan del genere possono stare tranquilli; e ora, forse, possono stare tranquilli anche coloro che pretendono qualcosa di più anche da questo genere di film.

Bene, vi ho dato la buona notizia, ora non resta che attendere il nome del regista e poi potremo ufficialmente cominciare a sperare.
Io ho già cominciato.

Borden

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Favoloso trailer di Shutter Island



Ok, venite a dare un'occhiata. E' uscito il primo trailer di Shutter Island, il nuovo film di Martin Scorsese, con Leonardo DiCaprio.
Il trailer a mio avviso è qualcosa di davvero sorprendente, per varie ragioni, e avvolge lo spettatore con la sua atmosfera e la bellezza delle immagini.
Lo potete vedere aprendo il resto dell'articolo...





Intendiamoci. Non parlo di chissà quale innovazione visiva o altro, quelle cose lasciamole ad Avatar, no il punto è che sembra esserci una grande personalità in questo film, anche se il genere è una novità per il grande Martin. Sembra che Scorsese abbia qualcosa di nuovo da dire. Non qualcosa di improvvisato o di poco serio, ma una sorta di asso nella manica che ha sempre avuto e che non ha mai mostrato prima. E' horror? E' paranormale? E' Scorsese, un tizio che merita fiducia.

Certo è presto per i giudizi sul film, ma le premesse ci sono. Personalmente sono rimasto molto colpito anche solo dall'aspetto visivo della pellicola, e dalla bellezza di certe scene, come quella della nave che emerge dalla nebbia o le panoramiche dell'isola, nonostante siano cose già ampiamente usurate dal cinema.

Shutter Island uscirà in America ai primi di ottobre, appena sapremo la data italiana ve la comunicheremo.

Borden

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Terminator Salvation - Recensione a due facce



Un film d'azione come tanti, senza segni particolari se non l'interpretazione e il personaggio di Sam Worthington: gran dispiego di CGI, belle ambientazioni, poca profondità; i Terminator non hanno più un'anima e lo si deve ad una scrittura retorica e approssimativa, che spreca anche le possibilità drammatiche delle pause rubate all'azione.

Pro: buona performance di Sam Worthington, col personaggio più interessante; taglio visivo accattivante; effetti visivi generalmente buoni, eccellenti effetti sonori

Contro: scrittura bidimensionale che mortifica i personaggi; dialoghi quasi esclusivamente funzionali

TRAMA

Anno 2018. Il mondo, annichilito dall'esplosione nucleare del Giorno del Giudizio, è diventato lo scacchiere su cui si gioca la partita finale: lo scontro tra i superstiti umani e le macchine di Skynet, super computer divenuto autocosciente e deciso a cancellare il genere umano dalla faccia della Terra.
Mentre John Connor (Christian Bale) emerge sempre più come unico leader-profeta della salvezza, le due fazioni in lotta sono costrette a confrontarsi con l'avvento di Marcus Wright (Sam Worthington), misterioso personaggio che sembra in grado di sconvolgere gli equilibri del conflitto...

RECENSIONE DI BORDEN



Film come Terminator Salvation sono sempre una buona occasione per analizzare la psicologia dei blockbuster e trarne conclusioni interessanti, anche se a volte un po' deprimenti.
Cominciamo col chiarire che il film non è affatto il disastro che molti dicono, e che una volta di più è necessario anche un minimo di distacco dai suoi illustri predecessori (i primi due, ovvio) per emettere una valutazione che sia la più lucida possibile.
Certo però non si tratta neanche di un capolavoro, anzi credo che ci troviamo proprio dalle parti del classico film senza infamia e senza lode, che davvero ha poco di notevole.



Cos'è che non funziona? Semplice, la scrittura. Chiaro che non è la sola cosa, ma è quella che, a monte, determina gli altri difetti a valle.
Siamo in un contesto da war-movie, con poco spazio per un respiro autenticamente fantascientifico. Lo sci-fi è ridotto qui ad una patina esteriore, cioè la presenza delle macchine. Tale presenza è più decorativa che altro, poichè la loro rappresentazione non è abbastanza vivida da trasmettere il senso di ineluttabilità e terrore che Cameron aveva così ben evocato fin dal primo episodio. Questi robot diventano ordinaria amministrazione molto presto, la loro presenza abusata regala in poco tempo un certo senso di scontatezza. Non hanno più un'anima.

Certo nello schieramento opposto le cose non vanno molto meglio: dove sono gli umani? Qui abbiamo quasi solo una serie di figurine che non offrono alcuna storia personale, alcuno spessore emotivo. In primis il mitico John Connor. La performance di Christian Bale è monolitica, anche per via di un personaggio scritto senza un reale coinvolgimento, che lascia ben poco spazio all'attore, ridotto ad un leader poco carismatico e molto autoritario completamente dedito all'azione. Chiaro che, complice anche un doppiaggio rigido e ultra-impostato, non ci sarà troppa empatia.
A bilanciare le cose provvede per fortuna l'asso nella manica Sam Worthington. Non che faccia miracoli, ma se la cava egregiamente nell'incarnare una scheggia impazzita che sembra l'unica cosa in grado di spezzare lo schema di tutta la trama. Il suo Marcus Wright, confuso, contraddittorio e umorale, diventa in breve l'unica scintilla di vita della pellicola, in questo senso aiutato dalla spalla Moon Bloodgood, guerriera erede della Sarah Connor di Terminator 2.


Sicuramente non dobbiamo metterci qui a condannare il massiccio uso della tecnologia; anzi sarebbe ingiusto non accreditarne l'efficacia in numerose sequenze, come l'isteria dell'Hydro-bot catturato dagli umani, o il cameo molto funzionale di uno Schwarzenegger d'annata, un tantino posticcio, ma pur sempre emotivamente prezioso nel contesto.
Certo che, svuotato della sua coscienza storica, Terminator Salvation risulta più che altro un guscio esteticamente accattivante, in cui anche le citazioni del passato sembrano messe a caso per risvegliare fugaci nostalgie a buon mercato. Le registrazioni lasciate a John Connor da sua madre, la stessa figura di Kyle Reese, faticano a risplendere di luce propria e a volte si segnalano per la loro inopportunità.

Terminator Salvation quindi va incontro ad uno strano destino: è un film minore, che pure si guarda volentieri ma senza sussulti, che potrebbe più facilmente essere considerato un momento di passaggio in attesa dei prossimi capitoli, dove magari la stella del franchise potrebbe tornare a risplendere sul serio. Però potrebbe anche essere il testamento della serie, visto lo scarso successo al botteghino.
Di sicuro non è inferiore al suo predecessore, davvero troppo criticato, ma rimane comunque il fatto che al momento presenta gli stessi punti deboli e la stessa posizione precaria dell'episodio 1 di Star Wars al momento della sua uscita. In qualche modo, quindi, il giudizio sul suo ruolo nell'eco-sistema di Terminator rimane sospeso, limitandoci a giudicarlo come a sè stante.

Voto Borden: 6


RECENSIONE DI ANGIER



“Sono John Connor e se mi state ascoltando, siete la Resistenza”.

Non parte male il film di McG. Le prime scene ci catapultano in una realtà guerresca e del tutto inospitale che apprendiamo essere datata 2018. Non certo un futuro remoto, viene spontaneo pensare. Che effetto farebbe svegliarci tra 9 anni e scoprire che il mondo è stato devastato da un olocausto nucleare e che a darci la caccia sono degli spietati mostri di metallo ribellatisi all’autorità umana? La domanda genera angoscia, e così pure i minuti iniziali del film, che tutto sembrano meno che fantascienza avveniristica e campata per aria.

Vedere i soldati della Resistenza che si muovono in uno scenario brullo e semidesertico per sfuggire ai Terminator sguinzagliatigli contro da Skynet fa lo stesso effetto dei tanti notiziari tv che ci mostrano la guerriglia mai sopita in Iraq e quella decisamente furoreggiante in Afghanistan. L’incubo della guerra tra umani e macchine riesce insomma a gettare un senso d’inquietudine e di minaccia su tutta la prima parte del film.

Poi però, tutto comincia a scivolare sempre più nell’ovvietà, tanto che nel secondo tempo la pellicola si riduce a una vuota parata di “giocattoloni” che non sfigurerebbero sugli scaffali degli ipermercati Wal-Mart. E’ chiaro che McG è un onesto mestierante capace di sfruttare in modo dignitoso i milioni di dollari a sua disposizione, ma non un carismatico fabbricante di sogni come Cameron, Lucas o Spielberg. Man mano che i minuti si accumulano su pellicola, il già labile legame con la saga di Terminator svanisce nel nulla, e a poco servono le ripetute citazioni – per non dire plagi – dei primi due capitoli della serie.

Forse solo l’intramontabile jingle che accompagna alcune scene cruciali – quel “tutututum” incalzante che ancora oggi incute timore nello spettatore – ci ricorda che stiamo guardando il nuovo film di Terminator e non un blockbuster d’azione qualunque. Anche la tanto favoleggiata apparizione di uno Schwarzie digitalizzato si spegne, dopo il primo istante di sorpresa e ammirazione, in uno sbuffo di delusione. Gli ultimi minuti del film confermano la totale mancanza di idee degli sceneggiatori sfornando un finale brutto e raccogliticcio.

Non se la cava meglio nemmeno il cast: l’unico a brillare e a rubare la scena al comprimario Bale è Sam Worthington che si presta a una recitazione muscolare e vigorosa, unico vero punto di forza del film. L’attore britannico invece appare svogliato e privo di entusiasmo, il suo personaggio ha lo spessore di un G. I. Joe a grandezza naturale. Assolutamente incolore anche Bryce Dallas Howard, ma le ottime prove di recitazione fornite in altri film bastano a dimostrare che è tutta colpa della sceneggiatura che l’ha relegata in un ruolo puramente accessorio.

In conclusione, Terminator Salvation è un film che funziona a un livello puramente superficiale (pur con delle magagne non da poco come lo sgraziato finale e il ridicolo combattimento che lo precede, finto e artificioso come i balletti del programma tv Amici) ma che non può non deludere i “die-hard fan” della saga futuristica.

Per questo trovate in coda alla mia recensione non uno ma due voti. Il primo è riferito a uno spettatore che entra in sala senza particolari aspettative, e soprattutto senza aspettarsi nulla di legato alla storia di Terminator. Per l’altro spettatore, quello che sperava in un degno prosieguo della serie, il voto a cui fare riferimento è quello tra parentesi.

Voto di Angier: 6,5 (5)


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Back To Woodstock: sta per sbarcare a Bologna il festival Biografilm 2009



Mancano pochi giorni al debutto della quinta edizione di Biografilm Festival 2009 (di cui vi ho già parlato in un post precedente), e vista l’importanza di questa kermesse internazionale vale la pena fare il punto sul programma e sulle ultime news trapelate in conferenza stampa. Dal 10 al 15 giugno Biografilm pianterà le tende a Bologna e in particolare al Cinema Lumière, dove si svolgeranno le proiezioni in concorso e le anteprime esclusive.

Ma il festival, che quest’anno è tutto dedicato a Woodstock – leggendaria manifestazione musicale di cui ricorre il quarantennale – avrà anche un suo centro d’interesse nel Woodstock Village allestito nella piazzetta della Manifattura delle Arti (di fronte al Lumière). Qui verrà ricreata, grazie alle scenografie di Mauro Tinti e a sofisticati giochi di luce (realizzati, ironicamente, da una società che porta proprio questo nome), l’atmosfera della Summer of Love che ha cambiato la coscienza culturale e sociale di un’intera generazione.

Ma per celebrare come si deve il concerto più famoso della storia contemporanea, gli organizzatori di Biografilm sono riusciti – grazie al rilevante contributo della Regione Emilia-Romagna - nella missione apparentemente impossibile di dare vita alla prima reunion dopo 40 anni dei protagonisti di quel magico 1969: Artie Kornfeld l’ideatore di Woodstock e il riccioluto Michael Lang che di Woodstock è diventato il simbolo, Micheal Wadleigh il regista del film Woodstock e il fotografo ufficiale del film Barry Z Levine, a cui il festival dedicherà una mostra urbana che invaderà i grandi cartelloni pubblicitari di Roma, Milano e Bologna. Ci sarà anche Elliot Tiber, l’autore del libro Taking Woodstock da cui il maestro Ang Lee ha tratto un film che, dopo l’anteprima mondiale al Festival di Cannes, sarà presentato in Italia proprio a Biografilm Festival.

Per il resto, la manifestazione si snoderà tra i film in concorso e le grandi anteprime internazionali. Nella prima categoria rientrano 10 pellicole, selezionate tra le 300 pervenute agli organizzatori – che si contenderanno i premi assegnati da una giuria di qualità: il Lancia Award e il Best Life Award.

Il filo conduttore di questi film è ovviamente il racconto di vita, la rievocazione di biografie “eccellenti” e a loro modo straordinarie: per citarne solo due, basti pensare a Garbage Warrior film sull’architetto ecologista Michael Reynolds che sognava una casa fatta di fusti di birra, copertoni e altri materiali di recupero; oppure Deconstructing Dad: The Music, Machines and Mystery of Raymond Scott, sul compositore e pioniere della musica elettronica. L’altra importante sezione di Biografilm propone invece dei focus specifici su figure cardine del cinema di ogni tempo, accompagnati dalla visione in anteprima di film che li riguardano.

Tra questi, va segnalato senza dubbio il focus sulla storia dei fratelli Warner che vedrà la proiezione del toccante The Brothers Warner (da me recensito qui). Non solo: la stessa regista del film, Cass Warner (nipote di Harry, colui che ha dato inizio al sogno hollywoodiano della famiglia di origine polacca), sarà la madrina dell’eccezione della kermesse, presentando il suo film nella prima giornata di Biografilm, alle 19 presso il Cinema Lumière. Gli altri approfondimenti riguardano Galileo Galilei, Klaus Kinski, Groucho Marx e Andrea Pazienza. Per informazioni sul programma dettagliato e su come accedere alle proiezioni, potete consultare il sito www.biografilm.it . Per quanto mi riguarda, ci vediamo lì.

Angier

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Schwarzenegger potrebbe avere un ruolo in Predators



Fonte: Moviehole

Abbiamo parlato di Alien e, si sa, Predator non è mai troppo lontano.
Qualche giorno fa vi abbiamo informato della conferma del prequel per il primo franchise, oggi vi parliamo di una chicca che potrebbe impreziosire il secondo.
Era già confermato che il prossimo film di Predator ci sarebbe stato e anche che l'avrebbe prodotto Robert Rodriguez. Ora veniamo a sapere che hanno chiesto a Schwarzenegger di partecipare al film...

Questo è uno di quei franchise in cui gli anelli della catena sono talmente diversi tra loro da essere più facilmente considerati come ognuno a sè stante. Due sono stati fino ad ora i film di Predator (se si escludono i crossover con Alien), e per quanto il secondo sia un discreto action movie dalle forti tinte horror, la sua parentela col primo fantastico film l'ho sempre considerata debole e pretestuosa. Sicuramente anche per l'assenza di un protagonista perfetto e carismatico come lo Schwarzenegger dell'epoca.

Per questo, venire a sapere che la produzione ha proposto a Governator di prendere parte al film ancora una volta nel ruolo che ebbe all'epoca mi sa tanto di contentino per i fan con cui cercare di riaccendere la miccia. Anche perchè, ovviamente, si tratterebbe stavolta di una parte piccola. La star austriaca non ha ancora dato una risposta, resta il fatto che finchè rimarrà in carica come governatore non credo che si concederà ad alcuna nuova produzione cinematografica.

Per quanto mi riguarda considero Predator un capolavoro, e credo che al momento non ci sia nessuna buona ragione per gioire di questo nuovo progetto. L'unica speranza sarebbe costruire un cast eccellente come lo era quello originale, ma non so, l'idea al momento non mi suscita alcun interesse; sarà anche il fatto che in tutti questi anni il personaggio di Predator è diventato un oggetto da fiction nel senso peggiore del termine, quando invece è un villain che più di altri necessita di un "eroe" come si deve per brillare sul serio.

Comunque, quello che si sa sul progetto è che il titolo sarà Predators, che si tratta di un sequel, non di un remake, e che lo script contiene molta violenza in linea col primo film. L'uscita è prevista per il 2010.

UPDATE: A quanto pare, e la smentita viene dallo stesso sito Moviehole, non è previsto alcun rientro di Schwarzenegger nel franchise di Predator, al momento. Robert Rodriguez non ha avuto contatti con Governator. Vi terremo informati su eventuali sviluppi.

Borden

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