RocknRolla - Recensione a due facce



Rischio, ambizione, adrenalina, ironia. Il nuovo film di Guy Ritchie mescola questi quattro ingredienti in un mix ad alto potenziale esplosivo che sottopone lo spettatore a un bombardamento di emozioni e divide inevitabilmente la platea: lo si ama o lo si odia. D'altronde, è proprio l'eccesso il cardine della filosofia di ogni vero RocknRolla.

Pro: se siete dei fan del genere (come Angier), il film sarà un viaggio a mille km/h in un mondo fatto di pericolo, ironia e personaggi incredibilmente tosti nel quale a farla da padrone sono la regia "in stato di grazia" di Guy Ritchie e i dialoghi a un passo dalla genialità pura.

Contro: Se non andate matti per questo tipo di film (come Borden), il prodotto potrebbe risultare nel complesso un pò freddo e scolastico, un esercizio di stile "cool" ma senz'anima che non soddisfa fino in fondo.


TRAMA

Nella Londra contemporanea si intrecciano le disavventure di un variegato gruppo di personaggi attratti dal miraggio dei "soldi facili": una sgangherata banda di delinquenti; un losco immobiliarista e il suo braccio destro; un uomo d'affari russo abituato ad avere intorno criminali di vario genere; una giovane e ambiziosa commercialista; una rockstar tossicodipendente che la sa più lunga di tutti. La loro droga è il pericolo, la loro filosofia si chiama RocknRolla.


RECENSIONE DI ANGIER

Il nuovo film di Guy Ritchie è esattamente come il genere musicale che gli dà il titolo: un travolgente vortice di contraddizioni, istinti primordiali, citazioni colte, esercizi di stile e colpi di genio che il regista londinese ci presenta ben impacchettati in una forma registica maledettamente cazzuta e affascinante.

Il libretto di istruzioni del film ci viene fornito nella breve ma folgorante sequenza introduttiva: mentre i nostri canali uditivi vengono sollecitati da un sottofondo rock nervoso e incalzante, la cinepresa ci accompagna in uno spoglio scantinato dove ad attenderci c’è lo smilzo e imprevedibile protagonista della storia che stiamo per vedere. Sarà proprio lui a spiegarci, con parole sue, qual è la filosofia del vero Rocknrolla:

“La gente chiede…cos’è un RocknRolla? E io rispondo che non si tratta solo di pestare sulla batteria, farsi di droghe o beccarsi flebo in ospedale. C’è molto più di questo, amico mio. A tutti noi piace un assaggio di Bella Vita. Qualcuno vuole i soldi, qualcun altro vuole la droga, altri ancora vogliono il sesso, il glamour o la fama. Ma un RocknRolla, bè, lui è diverso. Perché? Semplice. Un vero RocknRolla vuole tutto il fottuto pacchetto”.

Dopo questo elettrizzante preambolo, efficace riassunto della filosofia che attraversa l’intera pellicola, il grande rock show di Guy Ritchie può cominciare. Ben presto facciamo la conoscenza di una folta galleria di personaggi più o meno bizzarri che il regista si diverte a “shakerare” in quel gigantesco frullatore di vite e ambizioni che è la Londra contemporanea.

C’è un gruppetto di delinquenti casinisti, quattro teste calde conosciute come Il Mucchio Selvaggio, che bazzicano abitualmente un malfamato bar di periferia sempre in cerca di soldi e adrenalina: sono One-Two (Gerard Butler in grande forma, speriamo di vederlo in altri film di Ritchie), Bobby il Bello, Mumbles e lo spacciatore Cookie.

C’è il faccendiere Lenny Cole (interpretato dal grande caratterista Tom Wilkinson), un losco strozzino e immobiliarista che si crede il padrone della città. C’è Archie (Mark Strong, qui in un’altra eccellente performance), il suo efficiente e discreto braccio destro. Ma c’è anche uno spietato imprenditore russo (che tra l'altro possiede una squadra di calcio, il che fa pensare che si tratti di un'allusione a Roman Abramovich, magnate russo e patròn del Chelsea F.C.) che vuole mettere le mani su mezza Londra e ha come scagnozzi degli ex-criminali di guerra della vecchia Unione Sovietica.

C’è la giovane Stella (Thandie Newton), una commercialista abituata a gestire conti milionari che ama lasciarsi tentare dal lato oscuro del suo lavoro. E poi c’è l’uomo simbolo del film, il RocknRolla Johnny Quid (Toby Kebbell), spericolato frontman con un debole per le droghe e i cui discorsi fanno sempre trapelare un cinico e “cazzuto” romanticismo.

Nel personaggio di Johnny, Ritchie sembra aver condensato tutte le star finite male che hanno fatto la storia del rock, da Jim Morrison a Kurt Cobain passando per Jimi Hendrix e Sid Vicious. D’altronde, il successo del rock show di Guy Ritchie sta proprio nel suo sapore squisitamente pop ( laddove con “pop” non intendiamo il genere musicale di Britney Spears ma il concetto di “popular” che sta alla base della cultura di massa).



Ritchie gioca coi generi – il gangster movie in primis – ma lo fa con la classe di un europeo e non con l’esibizionismo gratuito di un americano. Nell’arco di 114 intensissimi minuti, le vite e le azioni dei personaggi si incrociano ripetutamente in un susseguirsi di risse, sparatorie, inseguimenti, dialoghi esilaranti al quale fanno seguito altre risse, altri inseguimenti e altri dialoghi esilaranti in un ciclo continuo che termina in un finale ricco di colpi di scena.

Causa scatenante e filo conduttore degli eventi è un prezioso quadro che assomiglia molto alla valigetta di Pulp Fiction: non riusciamo mai a vederlo ma ne intuiamo il potere occulto.

Applausi incondizionati alla regia di Ritchie, piena zeppa di soluzioni brillanti e trovate sceniche di sicuro effetto: tra queste la già citata sequenza iniziale; la scena di sesso tra la Newton e Butler (che sembra destinata a entrare nella storia); il concerto e la rissa nel locale gestito dai produttori di Johnny Quid (interpretati da Jeremy Piven e dal rapper Ludacris); l’inseguimento tra gli scagnozzi di Omovich e il Mucchio Selvaggio.

A chi critica il film, come il buon vecchio collega Borden, per la sua presunta freddezza, rispondo che il rocknroll è così, ad alcuni può fare quest’effetto: freddo e “cool” come la lama di un coltello che balena all’improvviso nel bel mezzo di una rissa. E quando cominci a sentire il caldo, quello è il sangue che scorre a fiotti dallo squarcio che ti ha aperto nello stomaco. Una cosa comunque è certa: Guy Ritchie è tornato tra noi e ha la classe (e le palle, se mi permettete) di un vero RocknRolla.

Voto Angier: 8



RECENSIONE DI BORDEN





Film come Rocknrolla sono sia stimolanti che irritanti. Perchè abbinano con evidente squilibrio una confezione estetica molto stilosa, efficace e piacevole ad una sistematica mancanza di contenuti. Di più, sembra quasi che il vuoto emotivo sia una caratteristica imprescindibile del genere. Solo che se lo spettatore non la pensa in questo modo e comincia a fare qualche paragone, il gap salta fuori in tutta la sua evidenza.

Ci troviamo davanti all'ennesima storia pulp stracolma di humour e ironia. Questo garantisce un registro brillante, peraltro sostenuto e incoraggiato da una regia ineccepibile, originale, dinamica, elegante, nobilmente pop.
Ma il conto lo presenta la storia: intanto, ci sono troppi personaggi; o meglio troppe macchiette. Una storia così corale si mette a rischio già di suo, probabilmente infatti nemmeno un genio del montaggio riuscirà a tenere insieme le fila di un racconto se deve cambiare prospettiva ogni tre minuti. Nell'affollamento di macchiette, il canovaccio finisce via via sempre più sullo sfondo e da metà film in poi si ha la sensazione di assistere ad una miriade di sequenze (a volte anche molto buffe), ma di aver perso per strada il tessuto connettivo della trama.

Se siete patiti del genere e vi piacciono molto gli esercizi di stile, continuerete ad apprezzare senza problemi; in caso contrario potreste sentire una certa insofferenza al caotico show che si consuma davanti ai vostri occhi.
Non che ci siano buchi nello script, o se ci sono non sono quelli a pesare; il punto è che quando non puoi empatizzare coi personaggi perchè sono caricature eccessive e frammentate da un narratore troppo super partes, devi poter empatizzare almeno con quella che è "la posta in gioco" del racconto, la situazione di conflitto dentro cui i personaggi trovano collocazione e schieramento (che in questo caso non è buoni-cattivi perchè nel genere praticamente non ci sono dei veri buoni, ma solo schegge impazzite in cerca di una qualche soddisfazione personale che finiscono in contrasto tra loro); in Rocknrolla potrebbe essere difficile, perchè come ho già detto, la trama è quanto mai pretestuosa, e con essa le sue implicazioni.

Se come dicevo, siete amanti di questo genere così "cool" (che significa anche freddo), allora forse apprezzerete molto di più anche le qualità del film, come l'ottima direzione del cast: Gerard Butler ha un carisma carico della giusta autoironia, Thandie Newton ottimamente snob e di classe; peccato per Tom Wilkinson, costretto al bozzettismo dallo script; e grande Mark Strong, forse l'unico personaggio con un pizzico di anima, che qui sembra il gemello cattivo di Andy Garcia.
E magari sarete colpiti da una colonna sonora che, per lo meno, costringe a prendere posizione, o dalla fotografia metallizzata e desaturata pur nella sua piacevolezza visiva. O dalle tante invenzioni registiche, come una scena di sesso di una tale originale finezza e ironia da sfiorare la subliminalità; per non parlare della fumettistica scena del ballo.

Per me Rocknrolla si ferma lì, due passi dietro a Snatch; rimane sotto anche a Pulp Fiction, ma soprattutto perde contro Jackie Brown; e divide la stanza con The Pusher, altro pulp movie freddo ma più asciutto e gestibile, anche se meno stiloso.

Vedo che il buon Angier difende il film con molto entusiasmo; io dico, diversamente, che non ci vuole molto a prendere meglio le misure della trama prima di girare, e che anzi è doveroso farlo se non si vogliono sprecare (o comunque non sfruttare al meglio) tutte le altre risorse di cui questo film dà prova.

Voto Borden: 5

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Disastro a Hollywood - Recensione di Angier



Barry Levinson confeziona una commedia satirica in cui lo showbiz della Mecca del Cinema "si fa tana" da solo per vedere che succede. L'operazione è risaputa e il film non è altro che un gioco affollato di star e caratteristi "di lusso" che cercano di mettersi in mostra, ma il cuore non esiste e il ritmo è sufficiente giusto per una visione e via.

Pro: nutrito gruppo di star e volti noti; miglior DeNiro degli ultimi anni; discreto equilibrio agrodolce

Contro: operazione ormai scontata; troppi personaggi sopra le righe; qualche gag troppo insistita


TRAMA

Ben (DeNiro) è un produttore di Hollywood, appartenente alla fascia media della Scala del Potere. Lo seguiamo giorno per giorno lungo una settimana infernale: scopre che la sua ex moglie (Robin Wright Penn), che ama ancora, ha un altro uomo; la figlia adolescente (Kristen Stewart) attraversa un periodo problematico; lo studio lo mette contro il regista dell'ultimo film prodotto perchè modifichi il finale; il nuovo progetto non può partire senza che Bruce Willis (qui nei panni di sè stesso, come anche Sean Penn) si tagli la barba per rientrare nel "tipo" del perfetto protagonista made in U.S.A., cosa che non vuole assolutamente fare...


RECENSIONE DI ANGIER



Sostanzialmente, il problema principale di Disastro a Hollywood è il fatto di non essere né carne né pesce. Il film si propone come una pungente satira sull’industria hollywoodiana e i suoi meccanismi sotterranei – le spietate trattative per la produzione di un film, i cinici giochi di potere che coinvolgono registi, attori ed agenti, le pugnalate alla schiena inferte da insospettabili colleghi ecc. ecc. – ma non riesce mai ad essere del tutto convincente.

In fondo, la vicenda raccontata sa di già visto e sentito. Nella sua lunga storia, Hollywood ha partorito molti film costruiti come una sorta di autodenuncia del suo lato oscuro, quello più mercificato e “pappone”: la lista è lunghissima, si parte da capolavori come Sunset Boulevard di Billy Wilder, Il giorno della locusta di John Schlesinger e I protagonisti di Robert Altman per chiudere con esilaranti perle quali Get Shorty di Barry Sonnenfeld e Hollywood Ending di Woody Allen.

Il problema di Disastro a Hollywood è che non riesce a imitare nessuna delle qualità che hanno reso celebri i suoi predecessori: non ha la statura artistica e la forza di denuncia dei film di Wilder o Altman, ma nemmeno la comicità nevrotica di un Woody Allen o lo stile minimal-chic di Soderbergh.


Certo, qualche risata riesce a strapparla, ma poco spesso e in modo molto blando. Il film vorrebbe concedere allo spettatore anche qualche pausa di riflessione più seria su quel sistema perverso che è l’industria hollywoodiana, capace di spingere un giovane e affermato agente al suicidio oltrechè un navigato produttore alla crisi nervosa e professionale. Ma anche qui fa fiasco.

La critica sembra sempre di maniera, fatta come un compitino, senz’anima. Nel folto cast di stelle accreditate, solo De Niro dà una bella prova di recitazione. Per il resto, l’impressione è che coinvolgendo una schiera di onesti mestieranti invece dei grandi nomi che impreziosiscono la pellicola (Robin Wright Penn e il marito Sean, Stanley Tucci, John Turturro e Bruce Willis) il risultato sarebbe stato più genuino e coinvolgente. Invece, sembrano tutti lì per portare a casa la pagnotta e aumentare con la propria fama il peso specifico di un film che ha ben pochi punti di forza.


Detto questo, non si tratta certo di una pellicola inguardabile: la regia e la sceneggiatura sono dignitose e si intuisce la mano di professionisti di alto livello, ma il risultato non è comunque molto entusiasmante, soprattutto se si pensa ai tanti film che hanno saputo con più coraggio e onestà contribuire alla smitizzazione di quel sogno dorato ed effimero che è Hollywood.

Lo spettatore che vorrà vedere Disastro a Hollywood incontrerà dunque un film sufficientemente godibile e “che si lascia guardare”. Il suo minutaggio di 1 ora e 45 minuti scorrerà senza intoppi e risvegliando in lui un moderato interesse, ma senza mai raggiungere picchi di vivacità e momenti davvero elettrizzanti.

Voto di Angier: 6

Voto di Borden: 6


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Tartarughe Ninja alla ribalta: nuovo film live-action nel 2011



Fonte: /Film

Credo che questi personaggi non abbiano bisogno di presentazioni, anche se il loro periodo di massimo splendore risale all'inizio degli anni '90.
Il gruppo Mirage, detentore dei diritti, ha annunciato ufficialmente che un nuovo film dei Turtles arriverà nei cinema nel 2011, e questa volta sarà un live-action come i primi tre del franchise (e diversamente dal TMNT di due anni fa), con l'apporto di qualche nuova tecnologia...

Così, proprio mentre in questi giorni ricorre il venticinquennale della creazione di questi folli e a tratti geniali personaggi, i fan avranno un doppio motivo per festeggiare. Sembra che questa volta le cose verranno fatte per bene: dicono che il nuovo lungometraggio si staccherà dalla vecchia trilogia, diventando un reboot sulle origini come Batman Begins (non è chiaro se il paragone riguarda anche certe scelte stilistiche, ma vista la differenza tra i soggetti mi sembra dura); uno dei due creatori delle Tartarughe, Peter Laird, sarà direttamente coinvolto nel progetto e dichiara che la pellicola sarà fedele allo spirito dei fumetti.

La puntualizzazione è importante perchè, come ricorderete, questi personaggi e il loro immaginario una ventina d'anni fa ebbero un'esplosione di popolarità che li lanciò in orbita, ma a consegnarli al successo fu la versione a cartoni animati, in realtà molto più pop e solare di quella dei fumetti da cui era tratta. Il primo film, Taratarughe Ninja Alla Riscossa, ripescò le atmosfere del cartaceo originale e, da quello che ricordo, aveva un certo fascino e personalità da vendere, oltre ad essere uno dei precursori della moda attuale di trarre da fumetti popolari film un po' più "adulti".
Seguirono altri due film, uno peggiore dell'altro e demenziali oltre ogni dire, fino all'episodio di due anni fa, tutto in CGI.

Laird aggiunge inoltre che il film potrebbe sfruttare una nuova tecnologia in grado di rendere i volti (musi?) delle tartarughe più espressivi.
Il film sarà prodotto dalla Legendary Pictures, la stessa casa dietro agli ultimi due Batman e al prossimo Terminator Salvation.

Diciamo pure che la notizia non è poi tanto sorprendente. I Turtles un'epoca l'hanno segnata, anche se lontana, e se c'è un buon momento per ritirarli fuori dalla naftalina è senz'altro questo, in cui i cinecomic crescono di numero e qualità. Speriamo solamente che non ne facciano un film troppo ruffiano o "kid oriented", ma se seguiranno le dichiarazioni che hanno fatto dovremmo poter stare tranquilli.

Borden

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Franklyn - Recensione a due facce



Un film atipico, da inserire nel filone della contaminazione tra fantastico e realistico, sempre nel segno di una sottile vena visionaria, vagamente alienante. Franklyn non è certo un film epocale, ma ha il pregio di non perdere mai troppo la concretezza necessaria. Psicologico, noir, a volte cinecomic, sempre all'ombra di Blade Runner, V Per Vendetta e L'Esercito delle Dodici Scimmie; il risultato è abbastanza valido, ma non fatto per piacere a tutti...

Pro: regia e fotografia raffinate e originali; storia frammentata ma intrigante, con alcuni ottimi passaggi nello script; buona prova di Eva Green

Contro: ritmo blando (anche se costante), non tutto il cast funziona a dovere; alcune banalità superflue


TRAMA

Il racconto segue essenzialmente quattro personaggi problematici: Preest è un inquieto vendicatore mascherato che si muove furtivamente nella Città di Mezzo, una metropoli fantasy soggetta ad una dittatura religiosa che mescola ogni credo possibile, compreso quello basato sull'adorazione di una lavatrice, e cataloga e controlla ogni individuo attraverso la religione di appartenenza; Emilia è una studentessa che vive a Londra, psicotica, con manie suicide e una spiccata propensione all'arte; nella stessa città il giovane Milo viene abbandonato dalla promessa sposa subito prima delle nozze e vaga senza meta in cerca di un antidoto alla sua delusione; e poi c'è Esser, uomo pio e onesto alla ricerca del proprio figlio David misteriosamente scomparso...


RECENSIONE DI BORDEN


Lo spunto di base non è certo originale (come la grossolana condanna della religione attraverso una sua distorsione), ma rimane comunque insolito.
I quattro racconti procedono per quasi tutto il film su binari apparentemente autonomi e scollegati; da qui uno dei limiti principali della pellicola: le storie infatti si incrociano con un classico montaggio alternato che non favorisce certo il ritmo generale che, pur presente, rimane molto rilassato fino quasi alla fine.



Il cast offre una prestazione disomogenea: Ryan Phillippe non può fare granchè dietro alla maschera di Preest, ma anche senza non riesce certo a bucare lo schermo; poco male, il suo è, più di tutti gli altri, un personaggio d'azione; Eva Green è decisamente il pezzo forte della collezione, affascinante e complessa quanto richiesto dal personaggio, favorita da diversi passaggi crudi e intensi, ma capace di brillare anche nei rari momenti solari. Sam Riley purtroppo penalizza il frammento che lo vede protagonista con la sua monoespressività: la vicenda di Milo, con la sua staticità, avrebbe beneficiato di una maggior energia; Bernard Hill lavora bene, ma anche il suo personaggio bazzica uno dei lati più deboli del plot.

In sostanza la trama scorre in modo un po' indisciplinato, ma riesce sempre a tenersi alla larga dal pericolo del non-sense autoriale. Certo è più facile apprezzarla se si ha un certo gusto per il noir, per i film che hanno sì una trama, ma che privilegiano i personaggi e le atmosfere. Con l'esclusione della sezione finale, la maggior attrattiva sembra risiedere nelle singole situazioni, con un quadro generale per lo più invisibile. Per fortuna il finale è costruito con notevole abilità, intriso di suspance, per molti versi illuminante e capace di mettere tutto (o quasi) nella giusta prospettiva. Contro tutte le premesse, offre persino un raggio di morale molto stimolante, e per questo ancora più efficace.

Dove però Franklyn risulta ineccepibile è nella creatività registica e nel caratteristico ed equilibrato impasto della fotografia, entrambi piuttosto insoliti, che danno una notevole personalità al tutto. La particolarità di certe soluzioni visive e di alcune inquadrature ha un gusto tanto lontano dagli stereotipi quanto da certi decadentismi di stampo europeo, carattere comunque ben impresso in tutta la pellicola.

In definitiva, Franklyn è un film rivolto ad una nicchia, per quanto non si trovi così lontano da una certa concezione "intelligente" di blockbuster. Fa un po' rabbia pensare che con un ritmo un po' più serrato e qualche miglioria alla sceneggiatura avrebbe potuto fare ben di più.

Voto Borden: 6,5



RECENSIONE DI ANGIER



Devo ammettere che i trailer promozionali di Franklyn non mi avevano fatto ben sperare per la qualità del film: si respirava molto un'aria da b-movie e la pellicola nel complesso sembrava una fiacco tentativo di cavalcare - nonostante i limiti di budget ai quali sono abituate le produzioni europee - lo stile dei cinecomic che ultimamente vanno per la maggiore.

Ma per fortuna, la visione del film ha in buona parte smentito i miei timori. Innanzitutto bisogna dire che l'idea di una città cupa, dominata da un potere dispotico e collocata in un mondo "alternativo" rispetto al nostro (qui sembra una specie di universo neogotico con venature steampunk) non è certo nuova.

In questo senso, il film mette insieme una serie di spunti già visti in altre pellicole del genere: l'atmosfera opprimente e la paranoia strisciante di Città di Mezzo mi hanno ricordato la Dark City di Alex Projas (che comunque rimane a un livello molto superiore); la voce fuori campo del protagonista Preest, così cinica e disincantata, sembra modellata su quella di Rick Deckard in Blade Runner; un certo stile fantanoir degli scenari mi ha fatto pensare a Sin City; il personaggio di Preest, con la sua maschera e il suo impermeabile, non può non ricordare il Rorschach di Watchmen.

Ora, se il film si fosse limitato a collezionare citazioni e omaggi cinematografici tenendo lo spettatore confinato nei cupi scenari di Città di Mezzo, il flop sarebbe stato inevitabile. Ma per fortuna, la pellicola sceglie invece una struttura narrativa intrigante e abbastanza originale.

Da un lato la vicenda di Preest che si svolge nell'universo alternativo di Città di Mezzo, dall'altro la storia del giovane Milo (Sam Riley) e di Emilia (Eva Green) che si dipana nella Londra contemporanea. I due filoni narrativi sono caratterizzati da stili visivi molto diversi: il mondo di Preest è visionario e inquietante, quando invece l'obiettivo è focalizzato su Milo ed Emilia la cadenza è sobria e ironica com'è tipico dei film contemporanei inglesi.

Questi bruschi cambi d'atmosfera vengono sottolineati tanto dalla notevole regia dell'esordiente Gerald Mc Morrow quanto dalla fotografia di Ben Davis. Sostanzialmente buona la performance del cast, ma con alcuni "distinguo": bravi infatti Bernard Hill e Jay Fuller, discreta ma non entusiasmante Eva Green, appena sufficienti Ryan Philippe e Sam Riley). Tutti questi elementi, uniti alla solidità della sceneggiatura, fanno sì che lo spettatore rimanga incuriosito e coinvolto nelle due storie parallele che si muovono sullo schermo, e che confluiscono in un finale chiarificatore ed efficace.

Sembra insomma che proprio ciò che poteva essere il maggiore punto debole del film - il fatto di essere un film molto europeo - sia in realtà il suo asso nella manica. Franklyn è, grazie al cielo, un film decisamente europeo che riesce così a donare alla storia un tocco raffinato e intelligente, sfruttando al meglio il budget non esorbitante e lavorando sui personaggi, sulle atmosfere e sullle svolte della sceneggiatura piuttosto che sugli effetti speciali.

In conclusione, si esce dalla sala piuttosto soddisfatti, anche se non si avverte l'impulso immediato di rivederlo (cosa che succede soltanto con i capolavori). Quindi, il film si merita un voto positivo e a mio parere ripaga senza problemi della spesa del biglietto.

Voto Angier: 7


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Gangster, banche e pupe: il nuovo trailer di Public Enemies



E' uscito il nuovo trailer di Public Enemies, il gangster movie di Michael Mann che ci racconterà la storia del celebre rapinatore di banche John Dillinger, e della caccia che l'FBI scatenò contro di lui negli anni trenta fino al sanguinoso epilogo. Il film schiera un cast davvero rilevante e inedito: Johnny Depp nei panni del criminale, Christian Bale in quelli del tosto agente Melvin Purvis e Marion Cotillard a interpretare la donna di Dillinger, Billie Frechette...
Inutile precisare che c'è grande attesa per questo lavoro di Michael Mann, ma dato che qui in Italia lo vedremo solo in autunno inganniamo il tempo con questo nuovo trailer, così da poterne discutere un po'. Lo trovate aprendo il resto dell'articolo, a dopo per qualche commento...



Allora, se volete la mia opinione, il trailer non mi entusiasma. Era successo anche con quello precedente, e per lo stesso motivo: stando a ciò che vediamo, il film di Mann sembra una sorta di biopic celebrativo di Dillinger, che appare qui in una accezione di criminale del tutto romantica. Ora, i biopic non sono proprio il mio genere preferito, ma il punto è che, a mio avviso, qui c'è troppo Depp e troppo poco Bale. Cioè, se un regista schiera due attori così popolari e carismatici in una storia epica che li vede contrapposti, dovrebbe cercare di tenerli sullo stesso livello di considerazione. Invece, nei due trailer visti finora (l'altro non era poi molto diverso da questo), l'agente Melvin Purvis di Christian Bale appare molto meno del suo antagonista, in via del tutto residuale. Ora, può anche essere che si tratti di una strategia che vuole presentare i personaggi a turno con vari trailer da qui all'uscita del film, ma se così non fosse?

Poco male, diranno molti, che saranno ben felici di vedere l'ennesima storia incentrata sul loro beniamino Johnny Depp. Io invece non sono un suo fan sfegatato, pur considerandolo un bravo attore, e gradirei maggiormente uno scontro tra due grandi personalità come in Heat dello stesso Mann; e non perchè si debbano sempre rincorrere le strategie vincenti del passato (non è certo una politica che condivido, in linea di massima), ma perchè se la scelta è, come sembra, tra un classico gangster movie con tanto di caccia all'uomo e relativo approfondimento di preda e cacciatore, e un classico biopic costruito sulla star maggiore in campo, beh allora, classico per classico, devo dire che preferisco la prima opzione, anche per sfruttare al meglio il prezioso cast. Intendiamoci, il discorso sarebbe valso anche nel caso opposto, cioè se Depp fosse stato più defilato e Bale in bella mostra.

Secondo appunto: per me l'estetica del digitale non si adatta a questo film. Il motivo è piuttosto ovvio, una storia degli anni trenta girata con una tecnica così moderna perde gran parte della sua caratterizzazione. Le immagini sembrano troppo fredde. Va anche detto che io preferisco in linea di massima la pellicola in ogni caso. Ma qui la scelta del digitale mi pare molto inappropriata.

E veniamo alle note positive. Il trio Depp-Cotillard-Bale appare perfetto, senza sbavature: in particolare Bale sembra dare vita ad un agente FBI torvo, a tratti spietato e con una sottile ma importante vena ossessiva. Insomma un personaggio complesso e interessante, più minaccioso e imprevedibile del cattivo di turno. La Cotillard, in apparenza semplice "pupa del boss", è una perfetta lady anni trenta, come se non avesse mai fatto altro, e Depp incarna senza difficoltà una sorta di ladro-gentiluomo, sornione e brillante, forse un po' vicino allo stereotipo.
D'impatto poi la sequenza iniziale, con l'aereo che atterra, che è certamente suggestiva, grazie anche ad un magnifico commento musicale sinistro e insieme solenne.

Comunque sia, vi suggerisco di tenere presente ciò che avevo già detto parlando di Terminator Salvation, cioè che i trailer vanno interpretati e capiti anche oltre a ciò che mostrano, in prospettiva: la loro semplice visione può essere un po' fuorviante. Public Enemies potrebbe non essere affatto il "classico" biopic, oppure potrebbe essere un film trasversale e incatalogabile, potrebbe avere una sceneggiatura talmente tagliente da sbarazzarsi di tutte le perplessità in un batter d'occhio. E dopo il mezzo passo falso di Miami Vice, io continuo a sperare che questo sia il film con cui Mann ritornerà ai suoi fasti.

Borden

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Entusiasmante trailer per il film di fantascienza "Moon" con Sam Rockwell



Fare film ambientati nello spazio è sempre una gran seccatura. Qualunque sia la storia che vuoi raccontare, il budget tende a lievitare in modo incontrollato (nell’ordine delle decine di milioni di dollari, per intenderci).

A questo punto, un regista è a un bivio: può decidere di ripiegare sul facile blockbuster, riempiendo la pellicola di giganteschi insettoni galattici o altre specie di creature disgustose e inscenando l’ennesima battaglia cosmica tra gli umani e qualche cazzutissima specie aliena. In questo caso, ci sono ampie possibilità di rientrare delle spese fatte e anche di guadagnare un bel pacco di soldi, se il film viene pubblicizzato nel modo giusto...

Se invece il regista decide di scommettere su una storia più introspettiva, più cerebrale, utilizzando le rarefatte atmosfere spaziali come metafora del vuoto esistenziale che dimora nell’animo umano, allora il rischio flop è elevatissimo. Infatti il film costerà comunque un botto, solo che nessuno riuscirà a vedere dove sono andati a finire i soldi. E qualunque piega filosofica il film dovesse prendere, tutti finirebbero col paragonarlo con 2001: Odissea nello spazio, un confronto che ancora oggi è impossibile vincere.

Se devo menzionare un paio di “flop” spaziali, il primo che mi viene in mente è Apollo 13 e il secondo è il Solaris di Soderbergh: due film noiosi, incapaci di comunicare qualcosa allo spettatore se non un’insostenibile pesantezza. Un altro film che mi ha regalato una mezza delusione spaziale è stato Sunshine di Danny Boyle, che parte bene ma poi si avvita su sé stesso perché il regista non riesce a stare al suo posto e si mette a scimmiottare un po’ Hitchcock, un po’ Kubrick e un po’ Polanski, e allora è inevitabile che scatti la “sòla”.



Comunque, dopo questo lungo preambolo vi voglio parlare di un film che mi sembra molto promettente: Moon di Duncan Jones con Sam Rockwell nei panni del protagonista (il trailer è qui sopra). Rockwell interpreta il personaggio di Sam Bell, un astronauta inviato sulla Luna per una missione della durata di tre anni. Scopo della missione è trovare l’Helium-3, una importantissima risorsa energetica di cui la Terra ha un disperato bisogno per continuare ad alimentarsi.

Nella stazione spaziale che Bell occupa “in solitaria”, l’unica compagnia gli è offerta dal supercomputer Gerty, una sorta di Hal 9000 che lo aiuta a localizzare e analizzare i giacimenti di Helium-3. Tutto sembra andare bene, ma a sole 2 settimane dalla fine della missione uno strano incidente fa emergere gli inquietanti risvolti della permanenza di Bell sul freddo pianeta bianco.

Il film, prodotto dalla Sony Classics, ha debuttato negli Stati Uniti all’ultimo Sundance Film Festival, riscuotendo giudizi entusiastici da buona parte della critica e dei siti di cinema. Putroppo, non si sa ancora nulla sulla data d’uscita italiana, che spero verrà annunciata presto.

Di sicuro, il trailer ci mostra alcune scene davvero convincenti, oltre a una notevole performance di Sam Rockwell, attore imprevedibile e difficile da catalogare. In conclusione, potremmo avere per le mani un film davvero entusiasmante, parte di una new wave del cinema sci-fi indipendente che potrebbe dare una bella sterzata al genere nei prossimi anni.

Angier

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Partite a Los Angeles le riprese di Iron Man 2



Sono finalmente iniziate a Los Angeles le riprese di Iron Man 2, attesissimo sequel del film di Jon Favreau sul supereroe di metallo targato Marvel. Il film vedrà protagonista l’ormai inossidabile Robert Downey Jr. assieme a Gwyneth Paltrow e Don Cheadle.

Quest’ultimo, come già saprete, ha sostituito dopo molte polemiche l’apprezzato Terrence Howard: un avvicendamento sulle cui ragioni si specula ancora in queste ore (c’è chi parla di diatribe contrattuali tra Howard e la Marvel, mentre il diretto interessato dice di essere stato semplicemente tagliato fuori dalle trattative).



La notizia dell’inizio delle riprese l’ha data lo stesso regista Jon Favreau attraverso la piattaforma di microblogging Twitter (chi vuole verificare di persona può cliccare direttamente sul profilo del regista). Favreau ha anche inserito le due foto che potete vedere in questo articolo. Che altro dire? Personalmente mi aspetto grandi cose da questo sequel, e spero che Jon Favreau continui ad aggiornarci via Twitter sui progressi delle riprese.



Il film, lo ricordiamo, dovrebbe uscire nelle sale di tutto il mondo tra aprile e maggio del 2010, quindi mettiamoci comodi. Oltre agli attori già citati, il cast include molti altri big di Hollywood: Scarlett Johansson (nel ruolo di Vedova Nera, una spietata superspia russa dalle incredibili doti atletiche); Samuel L. Jackson (sarà Nick Fury, agente segreto che può contare su un sofisticatissimo equipaggiamento ipertecnologico per sviluppare abilità devastanti); Sam Rockwell (Justin Hammer); Mickey Rourke (il criminale Whiplash). Noi di Split Screen vi terremo informati sui progressi del film.

Angier

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Rorschach potrebbe essere il nuovo Freddy Krueger nel remake di Nightmare



Fonte: Cinema Blend

Pochi film horror hanno segnato la mia adolescenza (e quella di molti miei coetanei) come quelli del ciclo di Nightmare, la saga splatter sul pluriomicida psicotico Freddy Krueger. Il serial killer col maglione a strisce e il guantone munito di artigli taglientissimi che perseguita poveri studenti inermi è diventato un must per qualunque ragazzino degli anni ’90 e non solo. Dunque c’è poco da stupirsi se la notizia di un remake del primo film su Nightmare (dal titolo originale Nightmare on Elm Street, qui tradotto con un poco fantasioso Dal profondo della notte) ha suscitato tra i fan reazioni vivaci e contraddittorie.

C’è chi si fa cogliere dall’entusiasmo all’idea di rivedere sullo schermo l’efferato omicida e chi invece teme lo svilimento totale di questo grande personaggio. Io non ho ancora deciso da che parte stare, ma devo dire che la notizia arrivata nelle ultime ore risolleva un po’ le mie aspettative: sembra infatti che a vestire i panni di Freddy Krueger potrebbe essere Jackie Earle Haley, l’attore che interpreta Rorschsach nel recente Watchmen, tra l'altro candidato all'Oscar nel 2006 per il film Little Children.

Quello che attende Haley, nel caso venisse confermato, non è certo un compito facile: riuscire a riportare in vita un mito oramai coperto da una patina trash come quello di Nightmare è una missione davvero ardua, ma mi sembra che questo attore abbia il carisma e il physique du role per farlo. Soprattutto, ha quell’espressione inquietante e minacciosa che aveva l’attore Robert Englund quando interpretava Freddy, e che mi fa venire un aneddoto letto tanti anni fa su una rivista.

In un articolo del magazine, si parlava della vita privata di Robert Englund, e questi ammetteva tranquillamente di aver avuto molti problemi con le ragazze in seguito ai film di Nightmare: diverse donne si rifiutavano infatti di uscire con lui perché temevano che al momento giusto potesse trasformarsi in Freddy Krueger e squartarle con il suo micidiale guantone. Bè, guardando certe espressioni e la diabolica mimica facciale di Haley, penso che anche lui potrebbe incontrare in futuro gli stessi problemi, se interpreterà Freddy. Ma almeno avrà legioni di fan vecchi e nuovi ai suoi piedi.

Da Haley, mi aspetto anche che sappia ricreare quella vena ironica che è uno dei veri punti di forza di Krueger: tra gli elementi distintivi di questo cattivone – che a tratti, diciamocelo, è talmente improbabile e sopra le righe da risultare simpatico – c’è quello di accompagnare i suoi brutali omicidi con filastrocche e frasi beffarde rivolte alle povere vittime.

In questo senso, una delle scene che preferisco è contenuta in Nightmare 4 – Il non risveglio: mentre uno studente è sdraiato in camera sua a eccitarsi guardando un programma erotico, Freddy sbuca dall’interno del suo materasso ad acqua e nel ghermirlo con i suoi artigli esclama: “Che fai, ti bagni quando vedi le belle ragazze?”. In ogni caso, dovremo attendere per avere tutte le conferme del caso, anche se il sito Cinema Blend riferisce che l’accordo con Haley dovrebbe essere ufficializzato nel giro di pochi giorni. Per quanto mi riguarda, che diamine, faccio già il tifo per Rorschach.

UPDATE DEL 4 APRILE:

Numerosi siti tra cui Variety e Bloody Disgusting confermano come ormai definitivo l'accordo con Jackie Earl Haley per interpretare Freddy Kruegere nel nuovo film di Nightmare. Le fonti confermano anche il reclutamento dell'attore Kyle Gallner nel ruolo di Quentin (che nell'originale era interpretato da Johnny Depp).

Angier


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Nolan e Inception: prima DiCaprio, ora forse Cotillard, Murphy e Page



Fonte: Variety

Visti gli sviluppi è giunto il momento di fare il punto sul nuovo progetto di Christopher Nolan. Il regista de Il Cavaliere Oscuro e The Prestige girerà quest'estate Inception, primo lavoro di fantascienza della sua carriera, per pubblicarlo quella successiva; ed è inutile dire che c'è un grande pubblico che aspetta di essere ancora una volta stupito. Poi, in tempi recenti, Leonardo DiCaprio si è unito al progetto in veste, sembra, di protagonista. E ora la Warner sta trattando per avere nel film Ellen Page, Cillian Murphy e Marion Cotillard...

Purtroppo non si sa ancora niente della trama del film, se si esclude la laconica e scarna descrizione rilasciata poco tempo fa: "contemporanea azione sci-fi ambientata nell'architettura della mente umana." Bene, suggestivo senz'altro, ma davvero poco indicativo. Comunque, meglio così che sapere troppo e troppo presto, il modo migliore per farsi stupire da un film è non saperne più del dovuto anzitempo, evitando così di "vederselo" nella propria testa e restare poi delusi dal necessariamente differente prodotto reale. Ok, un po' contorto, ma ci siamo capiti.

Ma se proprio vogliamo parlare del film possiamo sempre rivolgere l'attenzione al cast che va prendendo forma e fare le nostre considerazioni su di esso.
In primo luogo, non sono rimasto troppo entusiasta del coinvolgimento di DiCaprio, l'unico che abbia realmente già firmato il contratto. Intendiamoci, è un bravo attore e ha pure dimostrato, dai tempi di Titanic, capacità di crescita esponenziali (andare a scuola da Scorsese ha i suoi vantaggi). Se mai, avrei preferito forse un attore meno divo, in linea con i cast precedenti di Nolan, semplicemente perchè a volte i divi di maggiore spicco fanno più fatica a "diventare" i personaggi che si richiedono, agli occhi del pubblico. Ma pazienza. Sarà comunque interessante vedere se questa collaborazione segnerà un ulteriore passo avanti nel percorso artistico del giovane attore.

Decisamente più sintonizzato col Nolan-style mi pare il nuovo trio annunciato. E' vero che Marion Cotillard è un premio Oscar e che sta prendendo parte a film importanti, ma certo non si può dire che sia al livello di una Kidman o della Roberts. Ellen Page è ancora un astro nascente, per quanto abbia già preso parte a importanti produzioni e sia stata molto apprezzata in Juno. Mentre Cillian Murphy è la sorpresa minore, ma non meno gradita: ha infatti già vestito per Nolan i panni dello Spaventapasseri in Batman Begins e ha ripreso il personaggio in un veloce cameo nel sequel.

Quello che rimane da fare è sperare che siano confermati, e che abbiano ruoli rilevanti all'interno della pellicola. Se devo dire la verità, sulle basi nulle che abbiamo circa la trama e l'atmosfera, preferirei vedere uno show con più protagonisti piuttosto che un solo personaggio chiave (DiCaprio) a dominare il film. Del resto, Nolan fa sempre cose molto interessanti quando ha più personaggi più o meno sullo stesso livello, come nelle ultime due pellicole.

Restiamo in attesa di sviluppi, ma sembra proprio che Inception stia avendo un buon "Inizio".

Borden

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