Crossing Over - Recensione di Angier



Con la sua performance fiacca e priva di interesse, il comunque inossidabile Harrison Ford incarna ahimè alla perfezione i punti deboli di un film che ricalca troppo da vicino il capolavoro Crash - Contatto fisico senza riuscire ad eguagliarne l'originalità e la brillantezza. Personaggi tratteggiati in modo grossolano, dialoghi banali e inefficaci, una sceneggiatura che fa lo stretto indispensabile per mandare avanti il film. Crossing Over è una pellicola che tutt'al più si lascia guardare ma che non riesce a fare breccia nello spettatore.

Pro: Un discreto ritmo e quel minimo di competenza dietro la macchina da presa che basta a garantire una visione del film abbastanza scorrevole. Gli estimatori di Ray Liotta potranno apprezzarne la classe e l'abilità attoriale nonostante gli evidenti lifting tolgano un pò di espressività.

Contro: Cast sciupato e fuori forma. Dialoghi vuoti e impersonali. Picchi francamente incomprensibili di una retorica pro-immigrazione che sembra non fare distinzione tra una giovane asiatica simpatizzante di Al-Qaeda, una clandestina messicana costretta a varcare il confine per garantire un futuro al figlio e un'attrice australiana in cerca di favori eccellenti per ottenere una Green Card. Storia bidimensionale e priva di profondità così come di autentica suspense.

TRAMA

Max Brogan è un agente dell’ICE (acronimo di Immigration and Customs Enforcement, una sezione speciale della Sicurezza Nazionale che si occupa di immigrazione e controllo dei flussi di ingresso negli Usa) che dopo anni di onorato servizio comincia a nutrire simpatia e compassione per i clandestini ai quali dà la caccia ogni giorno per le strade di Los Angeles. Quando una giovane immigrata messicana – subito dopo essere stata catturata - gli chiede di prendersi cura del figlio, l’uomo si trova di fronte a un bivio. La sua strada incrocerà poi quella di altri immigrati: il suo collega iraniano naturalizzato americano Hamid (Cliff Curtis); un funzionario del Dipartimento che ha il compito di supervisionare le richieste di Green Card da parte degli stranieri presenti in Usa (Ray Liotta) ; la moglie di quest’ultimo, un avvocato difensore dei diritti dei clandestini (Ashley Judd); una studentessa bengalese che nutre simpatie per i kamikaze dell’11 settembre (Summer Bishil); e due immigrati in attesa di ricevere la famigerata Carta Verde (Jim Sturgess e Alice Eve).


RECENSIONE DI ANGIER



Non so voi ma io mi sono fatto l’idea che molti grandi attori, dopo aver raggiunto la piena maturità artistica, finiscano col rifugiarsi prima o dopo in un ruolo che in quanto a clichet non ha davvero eguali: quello del burbero solitario – generalmente impiegato in qualche professione “dura” come il poliziotto, il militare, il cacciatore di teste o anche il malavitoso – che dopo una vita di cinismo e cieca abnegazione comincia ad addolcirsi e si ribella infine agli spietati meccanismi che governano il suo ambiente.

Intendiamoci, in determinate circostanze questo “stereotipo” può dare vita a interpretazioni leggendarie. E’ il caso di Al Pacino quando veste i panni di Carlito Brigante in Carlito’s Way. Ed è ciò che accade al leggendario protagonista del Mucchio Selvaggio di Sam Peckinpah, interpretato da un impareggiabile William Holden: uno stanco e disilluso mercenario che finisce col rinnegare la vita priva di etica e morale che si è costruito. E per finire, è ciò che succede al Rick Deckard di Blade Runner.

Con l’andare del tempo però, l’impressione è che un ruolo simile non costituisca più una sfida per gli attori ma anzi sia considerato una sorta di comodo rifugio per stelle professionalmente alla canna del gas. E se questo non è precisamente il caso di Harrison Ford, non c’è comunque da stare allegri. Ho tenuto per ultimo l’esempio di Deckard perché a incarnare il ruolo di protagonista nel film che recensisco oggi, Crossing Over, è proprio Ford in quella che sembra una pessima rilettura del personaggio che gli ha donato fama mondiale.

In Crossing Over infatti, Ford veste i panni di un “cacciatore” stanco come il suo omologo di 27 anni prima nel film di Ridley Scott, solo che qui non dà la caccia a replicanti ma a umani in carne ed ossa: quelli che per un motivo o per l’altro hanno varcato illegalmente i confini americani in cerca di fortuna, opportunità o anche solo qualche chance in più di sopravvivenza. Ogni giorno, Ford è costretto a compiere retate assieme ai suoi colleghi nei magazzini e nelle fabbriche in cui lavorano i clandestini, almeno fino al momento in cui una giovane messicana scovata dietro un mucchio di vestiti gli cambia la vita.

Attorno al personaggio di Ford ruotano poi una serie di vite intrecciate tra loro nella caotica quotidianità della Los Angeles contemporanea. Tutti hanno a che fare in un modo o nell’altro col tema dell’immigrazione, siano stranieri alla disperata ricerca di una Green Card (Alice Eve e Jim Sturgess), avvocati che difendono i diritti dei clandestini (Ashley Judd) o funzionari che presiedono alla regolarizzazione degli immigrati sul territorio Usa (Ray Liotta). A un certo punto però, in questa sarabanda di storie e interessi privati ci scappa il morto, dando al film una svolta decisamente tragica.

Crossing Over vorrebbe far riflettere il pubblico su temi delicati come il razzismo, l’intolleranza, gli steccati ideologici e religiosi che ancora resistono in quella che viene sbandierata nel mondo come il perfetto esempio di società multirazziale: gli Stati Uniti. Il problema è che l’approccio a questi argomenti sembra insincero e lezioso come la tesi di laurea di uno studente di cinema che vuole soltanto mettersi in mostra.


Non basta saper tenere in mano una cinepresa per fare un buon film, e alla fine della fiera Crossing Over non è altro che una una copia sbiadita e decisamente inutile di Crash – Contatto fisico, gioiello del 2004 firmato Paul Haggis. La struttura e lo stile dei due film è praticamente identica, come se Wayne Kramer – sceneggiatore oltreché regista della pellicola – avesse studiato a menadito il copione del film di Haggis sperando ingenuamente di replicarne il successo.

Per farlo però, non esita a dare fondo a ricatti psicologici e a mezzucci retorici che fanno sembrare il film più schierato del Tg4 di Emilio Fede nel voler dimostrare la sua tesi: in questo caso, Kramer sembra volerci persuadere della cattiva coscienza degli Stati Uniti nei confronti degli immigrati e delle vessazioni morali a cui li sottopone in nome della sicurezza nazionale.Il risultato però è a tratti grottesco. Prendiamo ad esempio una delle scene iniziali del film, nel quale vediamo una studentessa bengalese insultata, disprezzata e aggredita verbalmente dai suoi compagni di classe per aver scritto un tema nel quale inneggia alla jihad e difende i kamikaze dell’11 settembre 2001.

Ora, viene spontaneo domandarsi quale reazione si aspetti il regista da noi spettatori. Dovremmo forse solidarizzare con la giovane e sentirci indignati di fronte alle conseguenze giudiziario-investigative del suo outing integralista? Impossibile. La reazione più naturale del pubblico di fronte a un’apologia di reato – per giunta riguardo a un crimine così spregevole e vigliacco come l’attacco alle Torri Gemelle – non può che essere di condanna assoluta. E questa non è l’unica incongruenza di un film che per tutta la sua durata scorre in modo macchinoso e artificiale, affastellando vicende personali poco credibili e studiate a tavolino.

Più che un flusso di immagini e sequenze ben amalgamate tra loro e presentate in modo da fornire un messaggio, la pellicola assomiglia a un agglomerato di pezzi prefabbricati e assemblati insieme in catena di montaggio, senza alcuna attenzione alla visione d’insieme. Non c’è alcuna spontaneità nei numerosi incastri che il film cerca di inanellare. Sembra che gli sceneggiatori non abbiano saputo fare niente di meglio che cercare di trasformare Los Angeles in un paesino di provincia dove le stesse persone continuano a incrociarsi all’infinito e a inciampare letteralmente l’uno sui piedi dell’altro, facendo progredire a singhiozzo una trama piatta e inefficace. Siamo di fronte a una storia bidimensionale, priva di qualunque profondità.

Non c’è nemmeno un equilibrio azzeccato tra i vari registri del film: i numerosi momenti “drammatici” soffrono di eccessi retorici e dialoghi che sembrano scritti dagli sceneggiatori delle “mitiche” telenovelas venezuelane con Grecia Colmenares (“Topazio” uber alles); i passaggi più thriller non vanno oltre la suspense preconfezionata di un tv movie. Anche il comparto attori è uno spettacolo desolante: l’unico che si salva è Ray Liotta il quale – nonostante la mimica facciale immobilizzata dai numerosi tiranti che i chirurghi estetici gli hanno installato sottopelle per distendergli i lineamenti – trasuda stile e classe da ogni inquadratura come faceva ai tempi di Goodfellas. Ashley Judd è del tutto irrilevante, come il suono di un albero che cade in una foresta completamente disabitata. Sturgess e la Eve non riescono a emergere nonostante i piccoli sforzi fatti. Cliff Curtis, attore solitamente bravo, dà una prova al di sotto delle sue possibilità.

E il punto più dolente riguarda proprio lui, il buon vecchio Harrison. Bolso, sciupato, svogliato per nulla carismatico: la sua è una performance da dimenticare, ma sono sicuro che un grande come lui non ci metterà molto a rifarsi. A patto che rinunci al comodo clichet del burbero solitario e in guerra col mondo.

Voto di Angier: 5

5 commenti:

Anonimo ha detto...

completamente in disaccordo con la tua recensione , si vede che non ne hai capito molto.

Angier & Borden ha detto...

Innanzitutto ti ringrazio per esserti preso il tempo di leggere tutta la recensione nonostante fosse spropositatamente lunga. Poi rispondo alla tua critica: francamente non so se io non abbia capito nulla o abbia capito qualcosa, penso che sarebbe però utile se a questo punto provassi a farmelo capire tu, esponendo il tuo punto di vista. Così possiamo stabilire se i nostri pareri sono diametralmente opposti o ci sono punti di contatto. Innanzitutto mi piacerebbe sapere se hai visto Crash - Contatto fisico, perchè considero Crossing Over una copia carbone malriuscita del film di Haggis, quindi mi piacerebbe che tu facessi un confronto fra i due. Keep rockin', keep on rollin'.

Angier

Anonimo ha detto...

ti rispondo , avevo fretta e non sono riuscito a prendermi piu tempo per scrivere cmq :

Il film denominato, crash non lo ho visto .

Il film crossing over ( sono riuscito a vederlo a roma ) secondo mè è ottimo dal punto di vista scenografico e narrativo.
L'attore H.Ford ha interpretato il suo ruolo in modo ottimale , non al massimo dei massimi , ma un buon livello recitativo si è visto.
Il film denuncia il sistema "immigrazione" e forse perchè tratta dei risvolti della vita così complessi è difficile la sua interpretazione.
Ma non è giustificabile un 5, forse pretendete troppo, leggo delle vostre recensioni qualche volta , e vedo dei voti cacciati così a sproposito troppe volte. Sembra quasi che vi piaccia inserire voti bassi.

Anonimo ha detto...

anche io sono TOTALMENTE in disaccordo con la recensione...mi dispiace che tu non abbia una sensibilità idonea per vedere questo film

Anonimo ha detto...

si ho visto crash ed è un grandissimo film, ma il tema dell immigrazione è trattato diversamente, qui si affronta il problema dal punto di vista istituzionale. Dico che non hai capito molto il film perchè, come tu hai detto "Picchi francamente incomprensibili di una retorica pro-immigrazione che sembra non fare distinzione tra una giovane asiatica simpatizzante di Al-Qaeda, una clandestina messicana costretta a varcare il confine per garantire un futuro al figlio e un'attrice australiana in cerca di favori eccellenti per ottenere una Green Card." Ti sembra forse che la ragazzina bengalese simpatizzi con Al Qaeda? ha detto solo che lei capisce quello che hanno fatto, non che l'appoggia, a questo punto mi sembri proprio la agente dell'Fbi che non capisce la differenza tra comprendere e appoggiare. Fai proprio il suo stesso errore, ma cavolo, è cosi difficile capirlo ???????

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