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Importante premessa: io non rientro affatto nella categoria degli ultrà di Clint Eastwood, e anzi rimango spesso interdetto pensando al cappio agiografico che in molti gli hanno messo al collo negli ultimi dieci-quindici anni. In un certo senso, lo privano del piacere di poter sbagliare.
Ma Gran Torino è una perla di cinema classico. Ed è, paradosso, anche un gancio a tradimento che ti manda al tappeto, una rivoluzione quando ormai non te l’aspetti più.

Walt Kowalsky è un uomo rude, anziano, duro e sfortunato. E’ appena rimasto vedovo, odia gli asiatici dai tempi della guerra in Corea e se li ritrova in tutto il quartiere, pure come vicini confinanti. I suoi figli e le rispettive famiglie hanno con lui un rapporto pessimo, conflittuale, ipocrita e interessato, mai di sincero affetto.
Ma a Walt resta un tesoro inestimabile: la sua Ford Gran Torino, silenzioso gioiello d’epoca in perfette condizioni, chiuso nel suo garage e lontano da occhi indiscreti.
Finchè un giorno Thao, figlio dei suoi vicini e spinto dal cugino e dalla sua gang, non tenta di rubargliela. Da quel momento cessa la guerra fredda e i due mondi rappresentati da Walt e dalla gente del quartiere entrano in collisione


Quali sono i dati sensibili di questo film? Intanto che si tratta abbastanza ovviamente di un western urbano e moderno, elemento di forte continuità col passato di Clint. In secondo luogo si tratta di un film di formazione, con personaggi dinamici gettati nella stessa mischia, fatta di questioni cruciali come razzismo, violenza, perdono, fede, vendetta. Materiale scottante che Eastwood manovra con sicurezza e brutalità, dilatando i confini del racconto, inglobando una tale quantità di contraddizioni da immunizzarsi e renderne perfettamente credibile la coesistenza. Dopo le prime sei o sette battute razziste shock (non più di quattro minuti di film!) scatta l’assuefazione e le successive sono libere di assumere tutt’altra funzione.

Nel personaggio di Walt Kowalsky, ultimo baluardo di americanità in un quartiere invaso da asiatici, Eastwood compie a sorpresa un percorso inatteso, apparendo più che mai libero dai vecchi schemi e concedendosi volentieri, in mezzo al dramma e alla tensione, a toni da commedia, cadenzata qua e là da alcune esplosioni di violenza (mettete in conto due o tre scene per stomaci forti), in cui la posta in gioco viene alzata secondo dinamiche collaudate, a volte anche un po’ rigide, ma sempre efficaci. Nel far questo, il cineasta rispolvera persino qualcuno dei suoi stereotipi più sbrigativi (parenti serpenti…), risparmiando così tempo da dedicare ad altro.
E bisogna dire che il film non perde mai il filo, pur non disdegnando le divagazioni.

L’aspetto più interessante, però, è proprio la maggiore positività che filtra, per la maggior parte del tempo, in controluce. Le immagini stesse sono ariose (forse al vecchio Clint piacciono sempre di più le verande attraversate dalla brezza), chiarissime.
Lo sguardo del regista sulle miserie della condizione umana è sempre diretto e coraggioso, ma in questo film si fa aiutare: fate caso a tutte le volte in cui compare, defilata, la bandiera americana. Sembra quasi che Eastwood, pur essendone innamorato, la costringa ad assistere a tutte le contraddizioni, al male e al bene, come implorandola di avvolgerli pietosamente in un unico incondizionato abbraccio.

E, per dirla tutta, questa sembra anche la linea dell’intera pellicola: la ricerca della riconciliazione, il superamento dell’individualismo, costi quello che costi.
(Recensione di Borden)

Voto Borden: 10

Leggi la recensione di Angier

 

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Posted by Borden | 14 Mar 2009 | Recensioni, Uncategorized

1 Comment

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    jojamsitx
    17 Jan 2012, 12:40 pm

    KIO6ga dbybggqowmtj

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