Michael Jackson Tribute: lo show è finito



Un feretro dorato coperto di rose rosse sotto un occhio di bue, al centro di un palazzo dello sport. Così è stata l'ultima apparizione pubblica di Michael Jackson, il Re del pop, la star più controversa della storia, il bambino mai cresciuto che ha scalato la montagna del successo fino alla cima e che poi è ricaduto giù, tra scandali e stranezze. L'impossibilità di essere normale, nel bene e nel male.

Ieri, 7 luglio 2009, si è svolta a Los Angeles la cerimonia funebre di Jackson: un raduno in forma privata di circa 150 persone, tra parenti e amici. Si pensava che fosse finita lì, che il feretro con la salma sarebbe stato trasportato al luogo, ancora incerto, della sepoltura. Con questa convinzione andava preparandosi il tributo allo Staples Center della città, dove molti fan e artisti avrebbero commemorato e dato il loro informale addio alla star. Ed ecco la sorpresa. Con un imponente corteo funebre la bara prende la direzione dello Staples Center, per regalare al pubblico presente sul luogo e al miliardo di persone che ha seguito l'evento alla tv l'ultima apparizione pubblica del loro beniamino.

MICHAEL JACKSON TRIBUTE: lo show è finito




di Borden

Devo dire che la diretta di Studio Aperto, seppur incerta nella gestione del collegamento e delle pause, ha avuto un merito non da poco per queste trasmissioni basate fondamentalmente su chiacchiere, e cioè l'aver invitato a commentare l'evento personaggi competenti e preparati, specialmente persone che hanno gestito importanti aspetti della carriera dell'artista, e che quindi lo hanno conosciuto realmente e hanno potuto aggiungere qualche prospettiva inedita ad un caos mediatico che frullava a ripetizione le stesse quattro tematiche da secoli.

Sul concerto-tributo in sè c'è poco da dire. Siamo in un'epoca in cui qualunque programma tv non esita a commerciare sentimenti umani e lacrime in cambio di un punto percentuale di ascolti, ma la commozione che ha colpito senza appello molti dei presenti, che hanno cantato o semplicemente pronunciato il loro personale discorso alla memoria di Michael, spezzando in più di un'occasione le loro voci, era autentica.

Certo, come sempre succede in questi casi, il ritratto della persona e dell'artista che ne è uscito somigliava di più a un santino, ma credo che stavolta si possa chiudere un occhio: i detrattori e gli accusatori di Michael Jackson sono già stati ampiamente ascoltati negli ultimi quindici anni.

E se sul palco dello Staples si è consumato anche qualche numero retorico o naif (ad esempio il balletto con girotondo durante Will You Be There) di troppo, non si può negare che alcuni momenti dello show siano stati concepiti con una leggerezza di tocco originale e sincera.

E' il caso dell'esecuzione di Man In The Mirror, ad accompagnare l'uscita del feretro alla fine del raduno: un'asta col microfono sul palco, solitaria, la musica senza cantato, lasciando la performance al ricordo dell'artista che ognuno porta con sè. Per un attimo quel cono di luce puntato sul palco vuoto mi ha ricordato i fasci luminosi al posto delle torri gemelle.

Per molti la fine di Michael ha significato la fine dell'unico possibile sogno ad occhi aperti. Per molti le cose non saranno più le stesse. Altri sono rimasti indifferenti. E forse ci sarà stato anche qualcuno che ha goduto della sua morte. Però tutti sono d'accordo che lo spettacolo debba continuare. Si dice sempre così.

Ma questo folletto che diceva di voler rendere il mondo un posto migliore, che amava divertire anche a costo di spaventare, ballando con gli zombie in un videoclip che ha fatto storia, forse merita un po' di riposo. La sua duplice vita sembrava davvero troppo difficile per lui, per quanto potesse amarla.

Da un lato l'uomo di spettacolo che ha creato un mondo spensierato a propria immagine, dall'altro lo schiacciante grigiore di una quotidianità di dolore, solitudine, eccentricità, incomprensione, ostilità, e tutte le zone d'ombra di un personaggio tanto discusso. E poi, com'era ovvio, anche la sua morte trasformata in un triste spettacolo.
La sua memoria e la sua musica resteranno, ma forse adesso, finalmente, per Michael Jackson il triste spettacolo non deve più continuare.

Borden


CAMMINANDO SULLA LUNA: IL LUNGO ADDIO A JACKO, "PICCOLO PRINCIPE" DEL POP



di Angier

Ieri un rispettabile padre di famiglia improvvisatosi “bagarino” è riuscito a vendere il suo biglietto per i funerali di Michael Jackson a ben 2000 dollari. Suona assurdo, ma è la verità. Che i bagarini piazzassero a caro prezzo i ticket dei concerti di big come U2, Madonna o Eminem era cosa nota. Solo Michael Jackson poteva però far sì che il suo funerale andasse sold-out in poche ore. Certo, tutti i grandi show sono soggetti a imprevisti.

Altrimenti come spiegare i circa 100 posti vuoti avvistati nello Staples Center all’inizio della cerimonia pubblica di ieri nonostante fosse addirittura stata lanciata nei giorni scorsi una grottesca lotteria per sorteggiare 8750 fortunati partecipanti tra l’oltre 1 milione e mezzo di iscritti? Anche questo fa parte dello spettacolo. Wacko Jacko non accetta cerimonie prevedibili, nemmeno da morto. Questo è il suo show.

E’ l’ultimo sberleffo, il gran finale con tanto di triplo tuffo carpiato e salto nel cerchio infuocato del Grande Prestigiatore di Neverland. Uno che ha venduto 750 milioni di dischi nel mondo ma ha lasciato ai suoi eredi una voragine da 500 milioni di dollari che nemmeno Tremonti con la sua finanza creativa riuscirebbe a ripianare. Spero solo che nel posto dove sta adesso ci sia un grosso televisore con lo schermo piatto e che lui abbia potuto gustarsi la diretta o almeno gli “highlights” in compagnia di qualche amico.

Magari anche riderci sopra, seduto accanto a Big Luciano, a Frank “The Voice“ Sinatra, al suocero Elvis, Jimi e tutti quelli che prima di lui hanno deciso di teletrasportarsi in un diverso piano di esistenza con un po’ d’anticipo rispetto alle aspettative dei fan. Difficile fare una valutazione obiettiva sulla cerimonia che abbiamo visto, a metà tra una marchetta in puro stile Hollywood e un mantra collettivo degno del funerale di Papa Giovanni Paolo II.

Devo dire che a un certo punto mi sarei quasi aspettato che un paio di celebrities in smoking salissero sul podio, aprissero una busta e declamassero “And the winner is…” prima di distribuire statuette dorate come alla Notte degli Oscar. Se mi è permesso muovere una piccola critica, la mia impressione è che quella orchestrata dai fratelli Jackson sia stata una cerimonia costosissima (si parla di 3,8 milioni di dollari che non pagheranno loro ma i cittadini losangelini ai quali l'amministrazione sta chiedendo un contributo) intrisa di retorica e di un infallibile fiuto pubblicitario.

Non metto in dubbio il loro dolore, ma sta di fatto che i consanguinei di Jacko hanno voluto controllare tutto nei minimi dettagli, con il risultato di mettere al centro della ribalta non tanto Michael Jackson bensì la Famiglia Jackson. Non è un mistero che Janet avesse contattato nei giorni scorsi Donatella Versace per affidarle la cura del look dell’intera famiglia. Detto fatto: per i fratelli abiti neri, camicie bianche, scintillanti cravatte dorate e - dettaglio aggiunto da loro stessi - un guanto bianco ricoperto di perline luccicanti come quelli che piacevano tanto a Jacko. Per le sorelle invece eleganti vestiti neri “profilati” di bianco. Passiamo alla musica.

Se ci pensate, non abbiamo sentito nemmeno uno dei brani che rappresentavano il cuore pulsante e l’anima vibrante e scatenata di Jacko. I successi di Off The Wall, Thriller, Bad, Dangerous…no, solo pezzi lenti, adatti a inframezzare i numerosi momenti strappalacrime coreografati in modo minuzioso, il cui scopo principale era uno solo: permettere alla Famiglia Jackson di auto-celebrarsi dinnanzi al mondo come grande famiglia unita e affiatata, quando tutti sanno che non è così. Negli anni, molte ruggini e molte polemiche si sono accumulate in ambito familiare, complice il fatto che nessuno dei fratelli Jackson ha mai eguagliato nemmeno lontanamente il successo di Michael.

Solo un anno fa, il New York Post riportava in un articolo che Randy Jackson aveva notevoli problemi finanziari, tali da costringerlo a lavorare come meccanico a Los Angeles nel garage di un amico di famiglia. Sul palco, Marlon ha ricordato tra le lacrime la fragilità e la bontà di Jacko, concludendo con una frase che vorrebbe essere profetica: “Forse adesso ti lasceranno in pace, Michael”.

Purtroppo penso si sbagli. Se il funerale-show dello Staples Center appartiene al versante del glamour, nei prossimi giorni ci addentreremo sempre più in atmosfere da giallo e da legal-thriller, con le speculazioni sulle cause della morte e la guerra “fratricida” per l’eredità di Jacko. Sul palco dello Staples Center si sono poi succedute nell’arco della serata diverse celebrità, ognuna delle quali ha rivendicato la sua vicinanza e amicizia con Jackson. Mariah Carey, Usher, Queen Latifah,
Smokey Robinson e altri.

Francamente, l’omaggio più sincero mi è sembrato quello di Brooke Shields anche perché – come ha ricordato uno dei giornalisti presenti alla diretta su Sky Tg 24 – “è l’unica che non ha mai fatto affari con lui”. Shields ha voluto dedicare a Jacko un piccolo brano del Piccolo Principe, cogliendo alla perfezione lo spirito tragico ed eternamente fanciullesco di Michael Jackson.

Un principe sigillato in un sarcofago dorato da 20.000 euro come una sorta di moderno Tutankhamon. Un principe sfinito da una carriera durata ben 45 anni e iniziata quando ne aveva soltanto 5. Una carriera che in fondo non si è mai potuto scegliere da solo, e chissà se ballare e cantare in cima al mondo rientrava davvero nelle sue aspirazioni.

In un suo famoso saggio, lo studioso David Deutsch ha illustrato la teoria del multiverso, secondo cui ognuno di noi ha innumerevoli versioni alternative di sé che vivono, respirano e agiscono negli infiniti universi paralleli che si dipanano attorno al nostro.

A me piace pensare che in una di queste dimensioni parallele ci sia un Michael Jackson che fa il benzinaio o lavora in una tavola calda a Gary, Indiana, la sua città natale. Non è famoso e non ha i miliardi, ma una vita semplice e appagante e una famiglia che lo ama. Chi lo incrocia ogni giorno non lo tratta come una star ma come un normale ragazzo di provincia, uno però il cui sorriso luminoso e sereno ti rimane impresso a lungo nella memoria.

Angier


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Crossing Over - Recensione di Angier



Con la sua performance fiacca e priva di interesse, il comunque inossidabile Harrison Ford incarna ahimè alla perfezione i punti deboli di un film che ricalca troppo da vicino il capolavoro Crash - Contatto fisico senza riuscire ad eguagliarne l'originalità e la brillantezza. Personaggi tratteggiati in modo grossolano, dialoghi banali e inefficaci, una sceneggiatura che fa lo stretto indispensabile per mandare avanti il film. Crossing Over è una pellicola che tutt'al più si lascia guardare ma che non riesce a fare breccia nello spettatore.

Pro: Un discreto ritmo e quel minimo di competenza dietro la macchina da presa che basta a garantire una visione del film abbastanza scorrevole. Gli estimatori di Ray Liotta potranno apprezzarne la classe e l'abilità attoriale nonostante gli evidenti lifting tolgano un pò di espressività.

Contro: Cast sciupato e fuori forma. Dialoghi vuoti e impersonali. Picchi francamente incomprensibili di una retorica pro-immigrazione che sembra non fare distinzione tra una giovane asiatica simpatizzante di Al-Qaeda, una clandestina messicana costretta a varcare il confine per garantire un futuro al figlio e un'attrice australiana in cerca di favori eccellenti per ottenere una Green Card. Storia bidimensionale e priva di profondità così come di autentica suspense.

TRAMA

Max Brogan è un agente dell’ICE (acronimo di Immigration and Customs Enforcement, una sezione speciale della Sicurezza Nazionale che si occupa di immigrazione e controllo dei flussi di ingresso negli Usa) che dopo anni di onorato servizio comincia a nutrire simpatia e compassione per i clandestini ai quali dà la caccia ogni giorno per le strade di Los Angeles. Quando una giovane immigrata messicana – subito dopo essere stata catturata - gli chiede di prendersi cura del figlio, l’uomo si trova di fronte a un bivio. La sua strada incrocerà poi quella di altri immigrati: il suo collega iraniano naturalizzato americano Hamid (Cliff Curtis); un funzionario del Dipartimento che ha il compito di supervisionare le richieste di Green Card da parte degli stranieri presenti in Usa (Ray Liotta) ; la moglie di quest’ultimo, un avvocato difensore dei diritti dei clandestini (Ashley Judd); una studentessa bengalese che nutre simpatie per i kamikaze dell’11 settembre (Summer Bishil); e due immigrati in attesa di ricevere la famigerata Carta Verde (Jim Sturgess e Alice Eve).


RECENSIONE DI ANGIER



Non so voi ma io mi sono fatto l’idea che molti grandi attori, dopo aver raggiunto la piena maturità artistica, finiscano col rifugiarsi prima o dopo in un ruolo che in quanto a clichet non ha davvero eguali: quello del burbero solitario – generalmente impiegato in qualche professione “dura” come il poliziotto, il militare, il cacciatore di teste o anche il malavitoso – che dopo una vita di cinismo e cieca abnegazione comincia ad addolcirsi e si ribella infine agli spietati meccanismi che governano il suo ambiente.

Intendiamoci, in determinate circostanze questo “stereotipo” può dare vita a interpretazioni leggendarie. E’ il caso di Al Pacino quando veste i panni di Carlito Brigante in Carlito’s Way. Ed è ciò che accade al leggendario protagonista del Mucchio Selvaggio di Sam Peckinpah, interpretato da un impareggiabile William Holden: uno stanco e disilluso mercenario che finisce col rinnegare la vita priva di etica e morale che si è costruito. E per finire, è ciò che succede al Rick Deckard di Blade Runner.

Con l’andare del tempo però, l’impressione è che un ruolo simile non costituisca più una sfida per gli attori ma anzi sia considerato una sorta di comodo rifugio per stelle professionalmente alla canna del gas. E se questo non è precisamente il caso di Harrison Ford, non c’è comunque da stare allegri. Ho tenuto per ultimo l’esempio di Deckard perché a incarnare il ruolo di protagonista nel film che recensisco oggi, Crossing Over, è proprio Ford in quella che sembra una pessima rilettura del personaggio che gli ha donato fama mondiale.

In Crossing Over infatti, Ford veste i panni di un “cacciatore” stanco come il suo omologo di 27 anni prima nel film di Ridley Scott, solo che qui non dà la caccia a replicanti ma a umani in carne ed ossa: quelli che per un motivo o per l’altro hanno varcato illegalmente i confini americani in cerca di fortuna, opportunità o anche solo qualche chance in più di sopravvivenza. Ogni giorno, Ford è costretto a compiere retate assieme ai suoi colleghi nei magazzini e nelle fabbriche in cui lavorano i clandestini, almeno fino al momento in cui una giovane messicana scovata dietro un mucchio di vestiti gli cambia la vita.

Attorno al personaggio di Ford ruotano poi una serie di vite intrecciate tra loro nella caotica quotidianità della Los Angeles contemporanea. Tutti hanno a che fare in un modo o nell’altro col tema dell’immigrazione, siano stranieri alla disperata ricerca di una Green Card (Alice Eve e Jim Sturgess), avvocati che difendono i diritti dei clandestini (Ashley Judd) o funzionari che presiedono alla regolarizzazione degli immigrati sul territorio Usa (Ray Liotta). A un certo punto però, in questa sarabanda di storie e interessi privati ci scappa il morto, dando al film una svolta decisamente tragica.

Crossing Over vorrebbe far riflettere il pubblico su temi delicati come il razzismo, l’intolleranza, gli steccati ideologici e religiosi che ancora resistono in quella che viene sbandierata nel mondo come il perfetto esempio di società multirazziale: gli Stati Uniti. Il problema è che l’approccio a questi argomenti sembra insincero e lezioso come la tesi di laurea di uno studente di cinema che vuole soltanto mettersi in mostra.


Non basta saper tenere in mano una cinepresa per fare un buon film, e alla fine della fiera Crossing Over non è altro che una una copia sbiadita e decisamente inutile di Crash – Contatto fisico, gioiello del 2004 firmato Paul Haggis. La struttura e lo stile dei due film è praticamente identica, come se Wayne Kramer – sceneggiatore oltreché regista della pellicola – avesse studiato a menadito il copione del film di Haggis sperando ingenuamente di replicarne il successo.

Per farlo però, non esita a dare fondo a ricatti psicologici e a mezzucci retorici che fanno sembrare il film più schierato del Tg4 di Emilio Fede nel voler dimostrare la sua tesi: in questo caso, Kramer sembra volerci persuadere della cattiva coscienza degli Stati Uniti nei confronti degli immigrati e delle vessazioni morali a cui li sottopone in nome della sicurezza nazionale.Il risultato però è a tratti grottesco. Prendiamo ad esempio una delle scene iniziali del film, nel quale vediamo una studentessa bengalese insultata, disprezzata e aggredita verbalmente dai suoi compagni di classe per aver scritto un tema nel quale inneggia alla jihad e difende i kamikaze dell’11 settembre 2001.

Ora, viene spontaneo domandarsi quale reazione si aspetti il regista da noi spettatori. Dovremmo forse solidarizzare con la giovane e sentirci indignati di fronte alle conseguenze giudiziario-investigative del suo outing integralista? Impossibile. La reazione più naturale del pubblico di fronte a un’apologia di reato – per giunta riguardo a un crimine così spregevole e vigliacco come l’attacco alle Torri Gemelle – non può che essere di condanna assoluta. E questa non è l’unica incongruenza di un film che per tutta la sua durata scorre in modo macchinoso e artificiale, affastellando vicende personali poco credibili e studiate a tavolino.

Più che un flusso di immagini e sequenze ben amalgamate tra loro e presentate in modo da fornire un messaggio, la pellicola assomiglia a un agglomerato di pezzi prefabbricati e assemblati insieme in catena di montaggio, senza alcuna attenzione alla visione d’insieme. Non c’è alcuna spontaneità nei numerosi incastri che il film cerca di inanellare. Sembra che gli sceneggiatori non abbiano saputo fare niente di meglio che cercare di trasformare Los Angeles in un paesino di provincia dove le stesse persone continuano a incrociarsi all’infinito e a inciampare letteralmente l’uno sui piedi dell’altro, facendo progredire a singhiozzo una trama piatta e inefficace. Siamo di fronte a una storia bidimensionale, priva di qualunque profondità.

Non c’è nemmeno un equilibrio azzeccato tra i vari registri del film: i numerosi momenti “drammatici” soffrono di eccessi retorici e dialoghi che sembrano scritti dagli sceneggiatori delle “mitiche” telenovelas venezuelane con Grecia Colmenares (“Topazio” uber alles); i passaggi più thriller non vanno oltre la suspense preconfezionata di un tv movie. Anche il comparto attori è uno spettacolo desolante: l’unico che si salva è Ray Liotta il quale – nonostante la mimica facciale immobilizzata dai numerosi tiranti che i chirurghi estetici gli hanno installato sottopelle per distendergli i lineamenti – trasuda stile e classe da ogni inquadratura come faceva ai tempi di Goodfellas. Ashley Judd è del tutto irrilevante, come il suono di un albero che cade in una foresta completamente disabitata. Sturgess e la Eve non riescono a emergere nonostante i piccoli sforzi fatti. Cliff Curtis, attore solitamente bravo, dà una prova al di sotto delle sue possibilità.

E il punto più dolente riguarda proprio lui, il buon vecchio Harrison. Bolso, sciupato, svogliato per nulla carismatico: la sua è una performance da dimenticare, ma sono sicuro che un grande come lui non ci metterà molto a rifarsi. A patto che rinunci al comodo clichet del burbero solitario e in guerra col mondo.

Voto di Angier: 5

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Il cinema italiano nel 2009? Un'irritante Armata Brancaleone di mediocrità e luoghi comuni



Eterni Peter Pan senza fascino né stile. Adolescenti sgrammaticati che parlano sboccato, toppando i congiuntivi e raddoppiando o triplicando le consonanti in virtù di un dialetto romanesco diventato francamente insopportabile. Donne borghesi di mezz’età nevrotiche “per contratto” come i personaggi di Margherita Buy e isteriche trentenni urlanti che hanno puntualmente il volto di Giovanna Mezzogiorno. Sono solo alcuni dei fastidiosi clichet ai quali ci ha abituato il cinema italiano.

Mettendoli tutti in fila ci si potrebbe tappezzare un gigantesco muro del pianto, o ancora meglio le pareti delle sale cinematografiche in una sorta di monito permanente agli spettatori. Diciamoci la verità: l’ultimo grande del cinema italiano era un tizio di nome Sergio Leone. Uno che ha preso il western americano e l’ha portato a livelli mai raggiunti prima di allora. Uno al cui cospetto i grandi del cinema a stelle e strisce si sedevano a prendere appunti come insicuri liceali al primo giorno di scuola.

Dopo di lui, il deserto. Non serviva certo Ciak per farci giungere a questa conclusione, ma di sicuro l’inchiesta che il magazine della De Tassis ha condotto (interpellando, tra gli altri, anche noi) ci dà un piccolo segnale che qualcosa sta cambiando, se non altro in chi sta attorno - e osserva quotidianamente - il mondo del cinema.

E ci dà anche la flebile speranza che la gerontocrazia che governa l’industria cinematografica italiana si accorga finalmente che qualcosa deve cambiare. Bisogna applicare criteri meritocratici alla selezione dei film per evitare che il pubblico senta puzza di clientelismi; bisogna valutare le proposte per la loro qualità e originalità e non in base a giochi di forza che spesso hanno più a che spartire con la politica che con la cultura; basta con i finanziamenti pubblici concessi a progetti cinematografici che poi spesso e volentieri non approdano mai in sala; bisogna aprire tutti i settori dell’industria del cinema ai giovani, favorire un ricambio in posizioni chiave delle case di distribuzione e di produzione. Questa è la mia opinione, e vorrei il vostro parere al riguardo.

Solo così, imitando Paesi come la Gran Bretagna e la Francia, il cinema italiano potrà svegliarsi nuovamente dal suo torpore e raccontare qualcosa di nuovo e interessante. Qualcosa che non siano i piccoli deliri autoreferenziali di giovani che si atteggiano a precari bistrattati senza nemmeno mascherare la loro parlata “da quartieri alti”; oppure i beceri teatrini di “cumenda” del Nord che partono per mete esotiche con tanto di segretarie scosciate e fauna assortita al seguito. Ora naturalmente, la parola passa a voi. Cosa vedete di buono e cosa di cattivo nel cinema italiano? E’ un disastro senza rimedio o c’è un po’ di luce in fondo al tunnel? Come si suol dire, l’ultima parola al popolo.

Angier

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Transformers: la vendetta del caduto - Recensione di Borden



Il nuovo giocattolone dai toni super-saturi di Michael Bay è la quintessenza del blockbuster estivo. Ipertrofico, discontinuo, frastornante, è un film a suo modo estremo, che si aliena al volo interi settori di pubblico prima ancora di essere visto. Da guardare rigorosamente senza pretese di sorta. Ma è giusto riconoscergli, a tratti, una scrittura brillante e divertente e la giusta dose di ironia e umorismo. Solo a tratti, purtroppo.

TRAMA

Mentre Sam (Shia Labeouf) è in procinto di partire per il college ritrova l'All Spark, particella che gli trasmette la capacità di vedere i simboli della razza aliena dei Transformers e, con essi, la mappa per recuperare la Matrice, artefatto in grado di assorbire l'energia dei cubi di Energon che alimenta i robot. Sulle sue tracce ci sono però i malvagi Decepticon guidati da The Fallen, Il Caduto. Ad accompagnare il giovane la sua ragazza Mikaela (Megan Fox) e i valorosi Autobot...

RECENSIONE DI BORDEN



Come è ovvio, il nuovo Transformers, più che un blockbuster, è un trattato scientifico sui blockbuster intesi come genere da catena di montaggio. Lo spettatore va al cinema e si ritrova catapultato in una storia piena di robottoni riciclati dai gloriosi anni ottanta, ridisegnati e riassemblati con un gusto più attuale e visivamente complesso; un protagonista (Shia LaBeouf) completamente nerd ma sentimentalmente impegnato con una sex-symbol (Megan Fox) che è brava, fedele e lavora in officina col padre; e poi, i militari buoni e qualche alto funzionario senza scrupoli ma goffo, una ambientazione spaziale che frulla suggestioni alla Armageddon insieme a minacce stellari da tv dei ragazzi.

Insomma Transformers-La Vendetta del caduto è un film di cui ognuno, con un po' di immaginazione, può farsi una propria "anteprima" con pochissimo margine di errore. E' un problema? Sì, nel senso che se non si è disposti a staccare completamente il cervello, magari perchè si ritiene che non ci sia intrattenimento senza un minimo di intelligenza (come pensa il sottoscritto), la visione di un film diventa in gran parte inutile quando non tediosa.

L'azione è massiccia, visivamente iperbolica. Si ha sempre la sensazione che gli effetti visivi del film non conoscano limiti tecnici di sorta. I personaggi sono stereotipi surgelati pronti all'uso.
La pellicola gode poi del giusto coefficiente di ironia, anche se solo parzialmente supportata da una scrittura briosa e divertente. Peccato che si conceda alcune volgarità che definire inutili sarebbe un eufemismo (i cani all'inizio...).
Bisogna però ammettere che anche nei momenti in cui sembra che le sterminate scene d'azione perdano completamente di attrattiva, capita (solo a volte) che lo script riesca a risintonizzarsi col pubblico nel giro di una battuta, magari di uno degli Autobot (vedi inseguimento iniziale).

La prima parte è quella più bilanciata, come spesso nei blockbuster, con un buon "approfondimento" delle vicende così umane del protagonista (a proposito, LaBeouf non se la cava affatto male), sempre all'insegna dell'umorismo e dell'ironia. Il peggio viene dall'introduzione dei robot. La loro presenza scenica non basta a compensare la nullità dei dialoghi che producono; non c'è un solo momento in cui i cattivi, i Decepticon, riescano a trasmettere un minimo senso di minaccia. I buoni, gli Autobot, funzionano invece solo quando prendono in giro il compagno di stanza di Sam/LaBeouf, e in poche altre gag.

Quindi cosa manca a questo film? Il senso della misura. Il rendersi conto che mettere in scena tanti giganti di metallo colorato e centrifugarli in eterne sequenze di battaglia spegne per sfinimento qualunque senso di meraviglia; o che il fatto stesso di elaborare le figure dei robot in una maniera così dettagliata confonde inutilmente le idee e non permette di apprezzarne le fisionomie; che il fatto di imbastire una sequenza di battaglia da mezz'ora e più (quella finale), con la sovrastimolazione sensoriale a cui si sottopone lo spettatore, produce una quasi immediata assuefazione e di conseguenza il disinteresse.

E poi, so che sto diventando ripetitivo, ma basta con lo schema: prima parte azione/approfondimento, seconda parte solo-azione-a-oltranza-e-guai-a-chi-pronuncia più-una-battuta-degna-di-nota.
Ultimo appunto: il doppiaggio italiano dei robot, appiccicato e dozzinale.

Voto Borden: 5


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Michael Jackson: è morto il Re (del Pop), Viva il Re (del Pop)!



di Angier



In queste ore Neverland deve sembrare – se possibile - ancora più spettrale. Il ranch da sogno con luna park annesso, costruito su un appezzamento di circa 2800 acri di terra in California, ha incarnato per poco meno di dieci anni il sogno a occhi aperti del Re del Pop ma giaceva in stato di abbandono da almeno due, intaccato dai continui scandali sessual-giudiziari e dai problemi economici che hanno travolto a fasi alterne la carriera di Michael Jackson. Ma ora che lui è morto, i muri e le elaborate architetture dal look barocco di questa tenuta che sembra scaturita dal più allucinato incubo di Tim Burton, sembrano pronte a sgretolarsi definitivamente mentre piangono la scomparsa del loro padrone.



Michael Jackson è deceduto a soli 50 anni ieri alla mezzanotte – ora italiana – calando per sempre il sipario su una delle più potenti e controverse leggende dell’era moderna. La sua carriera era cominciata a soli 5 anni fagocitando un’infanzia che non ha mai avuto il tempo di svilupparsi secondo i tempi naturali dell’età puerile. Già allora, Michael era infatti impegnato a sgambettare sul palco – quasi una Shirley Temple al maschile – con i Jackson Five, band che includeva anche i suoi fratelli Jackie, Jermaine, Tito e Marlon.

Sull’evoluzione della sua personalità ha pesato sicuramente l’influenza del padre/padrone Joe Jackson, a proposito del quale si sono inseguite per anni voci confuse sul fatto che abusasse in vari modi non solo di Michael ma anche dei fratelli e delle sorelle. Una verità univoca sulla faccenda non è mai stata raggiunta, ma qualche anno fa i giornali riportarono alcune presunte dichiarazioni contenute nella sinossi di un libro - poi mai pubblicato - che avrebbe dovuto uscire a firma di Jermaine Jackson.

Tra queste ce n’era una a dir poco choccante: “Joseph fece alcune cose disgustose a LaToya e specialmente a Rebbie. Se non fosse stato per la lealtà che mia madre mostrò nei suoi confronti, sarebbe probabilmente finito in galera per ciò che ha fatto alle nostre sorelle”. Riguardo a Michael tuttavia, il Re del Pop non ha mai dichiarato di aver subito abusi sessuali da parte del padre, pur ammettendo di essere stato picchiato in numerose occasioni. Sembra esserci tuttavia un inquietante “effetto specchio” nelle presunte molestie subite dal padre e in quelle di cui Jackson stesso sarebbe stato accusato da alcuni giovanissimi frequentatori della sua Neverland diversi anni più tardi.

Ma questo è solo uno dei misteri che circondano la vita di Michael Jackson, artista poliedrico la cui carriera decollò definitivamente nel 1979 con l’album Off the Wall che gli fruttò il terzo posto nella Billboard Top 200 e svariati premi internazionali. Ma nonostante il successo del disco, il maniacale Jackson sentiva di poter fare di più, e i fatti gli avrebbero dato ragione il 30 novembre del 1982: è in quella data che uscì il nuovo full-lenght Thriller, destinato a diventare l’album più venduto di tutti i tempi.

Trainato da singoli come Wanna be startin’ somethin’, The girl is mine, Billie Jean e ovviamente Thriller (di cui venne realizzato un anno dopo l’uscita del disco un memorabile video che ancora nel 2006 il Guinness dei Primati premiava come “Il video musicale di maggior successo”), l’album consacrò definitivamente il mito del Re del Pop, ponendo però anche le basi per quell’inarrestabile metamorfosi psicologica e soprattutto fisica che ha contraddistinto tutta la vita di Jackson.

Dal progressivo schiarimento della sua pelle (che sembrerebbe però essere dovuto a una malattia della pelle chiamata "Vitiligine totale") alla scelta di dormire in una camera iperbarica per rallentare il processo di invecchiamento; dai ripetuti interventi di chirurgia plastica che resero il suo volto quello di un irriconoscibile e beffardo manichino a bizzarre abitudini come quella di accompagnarsi per un certo periodo a uno scimpanzè di nome Bubbles; Michael Jackson diede in pasto alle fucine del gossip mondiale numerosissime leggende che andarono a rinforzare il suo mito oltre a fruttargli il nickname di Wacko Jacko.

Un processo questo che nemmeno lui poteva controllare e che gli si ritorse ben presto contro, quando vennero rese pubbliche le accuse di molestie su minori ai suoi danni (sempre assolto però) e altri scandali che incrinarono la sua immagine. Tra un gossip e l’altro, tra uno scandalo e l’altro, Jackson ha tuttavia disseminato la storia del pop di pietre miliari come Bad e Dangerous, raggiungendo l’ultimo grande picco con il greatest hits HIStory prima del progressivo declino che il cd del 2001 Invincible non è riuscito a fermare nonostante i 10 milioni di copie vendute.

Da allora, Wacko Jacko è sembrato rifugiarsi in una “quotidianità” ancora più bizzarra e inspiegabile del solito, alternando periodi di isolamento all’interno del suo ranch fiabesco Neverland a chiacchierati soggiorni presso qualche amico sceicco a Dubai. Di recente, questo variopinto e chiassoso circo che era diventata la vita di Jackson sembrava sul punto di un grande rinnovamento: era degli ultimi mesi la notizia che Jacko era pronto a un nuovo tour definito dai suoi stessi manager e agenti un “incubo logistico”.

Per presentarsi in forma alla nuova trionfale tourneè che avrebbe dovuto partire il 13 luglio da Londra e segnare il suo ritorno sulla scena mondiale, Jacko aveva persino assunto un personal trainer d’eccezione: quel Lou Ferrigno che tutti ci ricordiamo muscolosissimo e verde di collera nella serie tv di culto Hulk. Jacko era pronto a stupire il mondo ma lo ha fatto in un modo che ha colto in contropiede persino lui: stroncato da un infarto che ha scritto la parola fine su una delle esistenze più geniali, strane, grottesche e incredibili che lo star-system ricorderà nei decenni a venire.

E ora che le speranze che la morte di Jackson non sia altro che una trovata pubblicitaria svaniscono con il passare dei minuti, è evidente che le scene che si susseguono in queste ore davanti a Neverland ricordano molto da vicino quelle avvenute il 16 agosto del 1977 di fronte a un’altra “land”: la Graceland di Elvis Presley. Il Re del Rock e il Re del Pop accomunati da un destino beffardo che ha preteso da loro il prezzo più alto quando ancora non erano pronti a rassegnarsi alla fine e a entrare nella Storia dalla porta principale. Due re, traditi dalla fama e dal fato, come in fondo succede a ogni sovrano che si rispetti.

Se ne va così oggi l'uomo che complessivamente ha venduto oltre 750 milioni di dischi, lo stesso che circa un anno fa si è convertito all'Islam; lo stesso che nel 1985 acquistò le royalties dell'intera discografia dei Beatles per poi rivenderle alla Sony dieci anni dopo. Lo stesso uomo che ha rivoluzionato il concetto stesso di pop e che ha ipnotizzato platee oceaniche con i suoi instancabili piedi dai calzini bianchi. E allora, non resta che salutare Michael Jackson con la formula tradizionale che accompagnava nell’antichità l’estrema dipartita di un re tributandogli tutti gli onori che gli spettavano di diritto: “E’ morto il re! Viva il re!

Angier


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Coraline - Recensione a due facce



Angier: A 16 anni di distanza dal memorabile affresco gotico di Nightmare Before Christmas, il regista Henry Selick torna a superare sè stesso con una perla dark che rimarrà a lungo nei vostri occhi e nei vostri pensieri. La tecnica dello stop-motion conferisce un'anima e un cuore al magico, coloratissimo e inquietante mondo di Coraline. Una storia avvincente, poetica, enigmatica e inquietante.

Borden: un film d'animazione che in un primo momento entusiasma con la bellezza visiva di un mondo fantastico in stop-motion e 3D, per poi abusare dei suoi mezzi e rivelare l'assenza di una storia forte e coinvolgente. Se si guarda alla sostanza, Coraline e La Porta Magica non è in grado di offrire niente che non sia una vicenda archetipica troppo lenta e inconsistente, avvolta nel dark di un delirio gotico.


TRAMA

Coraline è una bambina di 11 anni appena traferitasi con i genitori in una casa di Ashland, nell'Oregon. Esplorando l'abitazione - che sembra avere alle spalle una storia molto antica - la bambina scopre per caso una porta che conduce in un altro mondo: giunta dall'altra parte, Coraline si trova in un universo parallelo, identico a quello in cui vive ma dove tutto sembra essere più allegro, vivace, sgargiante e divertente. Un altro particolare che Coraline nota immediatamente è che qui tutti hanno dei bottoni neri al posto degli occhi...

RECENSIONE DI ANGIER



Ormai non c’è dubbio: Neil Gaiman è il Lewis Carroll dei nostri giorni è Coraline è il suo capolavoro, il suo Alice nel Paese delle Meraviglie declinato in una versione squisitamente dark e inquietante. Come in ogni fiaba che si rispetti, la storia di Coraline prende avvio da un geniale e avvincente ”What if”: cosa succederebbe se una bambina - appena trasferitasi con i genitori in un’antica dimora di campagna - scoprisse che un passaggio celato all’interno di un muro conduce in un mondo dove una donna con due bottoni neri al posto degli occhi sostiene di essere sua madre?

Per trasferire sul grande schermo la favola nera di Gaiman, il regista Henry Selick – lo stesso di Nightmare Before Christmas, per intenderci – ha compiuto un enorme sforzo tecnico, creativo e in definitiva umano. D’altronde, lui stesso ha spiegato le ragioni della sua scelta a chi gli chiedeva insistentemente perché avesse preferito la costosa e complicata tecnica dello stop-motion alla “normale” animazione che va per la maggiore al cinema: “Con l'animazione in stop-motion si può sentire la mano dell'animatore che imprime una forza particolare ai personaggi. È come se l'animatore recitasse attraverso i suoi personaggi”.

Ecco condensata in una semplice frase l’anima di Coraline, il suo spirito artigianale e incredibilmente genuino, la sua capacità di immergere lo spettatore in un mondo popolato di personaggi che lasceranno nello stesso un segno indelebile o quasi (a patto che questi si ponga con cuore aperto di fronte alla storia e non con l’ottusa rigidità di un manichino inanimato).

Selick e il suo team sapevano di non poter emulare la schiacciante superiorità di mezzi e tecnologia di un colosso come Pixar o Dreamworks, perciò hanno deciso di spostare la competizione su un altro terreno: quello della genuinità d’intenti, della passione certosina nel realizzare qualcosa di unico, della buona vecchia tradizione “hand-made” che riesce sempre a svettare sulle sofisticate tecniche della produzione in serie.

Domanda: dovendo acquistare delle calzature, preferireste un paio di eleganti scarpe italiane realizzate a mano nell’antica bottega di un calzolaio oppure un paio di sneakers prodotte in catena di montaggio? Tale è infatti la differenza tra Coraline e tanti divertenti ma sciocchi film d’animazione: il primo è un film la cui sostanza è reale, fatta di oggetti concreti come pupazzi, scenografie, utensili che gli animatori hanno manipolato pazientemente fotogramma per fotogramma (tenete presente che in un secondo c’ “entrano” ben 24 fotogrammi); i secondi sono delle chiassose baracconate di plastica che servono solo a distrarre la mente dai problemi quotidiani per un paio d’ore.

E se è vero che, come ha dichiarato uno degli animatori del film, lavorare con lo stop-motion “è come scolpire con la luce”, Selick e la sua squadra hanno fatto con la luce ciò che un certo Michelangelo Buonarroti ha fatto col marmo nel realizzare il famoso David.

La pellicola sceglie volutamente di imporre alla storia una cadenza da libro più che da film. Così facendo, lo spettatore può farsi trascinare nel flusso dei fotogrammi come farebbe dallo scorrere delle pagine di un libro, venendo letteralmente rapito all’interno di un mondo cupo e stupefacente, pieno di simbolismi e misteri. Onorando la sua natura fortemente allegorica, Coraline ci presenta un microcosmo di personaggi stravaganti, eccentrici e spesso minacciosi: tutti però sono portatori di un messaggio, di un sistema di valori e di una filosofia di vita.

Spetterà a noi scegliere quali abbracciare e quali respingere, ma il viaggio sarà comunque indimenticabile. Non mancano poi citazioni o anche semplici allusioni ad altre celebri storie fantastiche: in certe scene si respira aria da Mago di Oz, in altre è inevitabile cogliere qualche riferimento esplicito ad Alice nel Paese Meraviglie (in primis la presenza di un gatto fuori dal comune e dotato di risorse inaspettate); in altre ancora emergono atmosfere à la Fratelli Grimm. Ma se c’è un merito da attribuire a Gaiman, è quello di aver creato una fiaba adulta che non cede mai il passo a morali preconfezionate o a facili dicotomie Bene/Male. Mondo reale e mondo incantato non sono banalmente due facce della stessa medaglia ma realtà intrecciate e confuse tra loro che presentano in egual misura lati oscuri ed elementi di fascino.

In tutto questo, il 3d svolge un ruolo semplicemente eccezionale nel restituirci un mondo coloratissimo, in continuo movimento e dotato di un realismo impareggiabile. Quello che Selick fa della terza dimensione è però un uso raffinato e molto intelligente, in controtendenza rispetto a molti blockbuster d’animazione che cercano di stupire il pubblico con trovate in stile Disneyland. E' l'ennesima conferma del fatto che Coraline non è un film qualunque. Qui, oltre agli effetti speciali e al budget, ci sono cuore e anima in abbondanza.

Voto Angier: 10



RECENSIONE DI BORDEN



L'ennesimo film che fa un errore vecchio come il mondo. Coraline e La Porta Magica è un racconto dark e fiabesco che sfrutta la tecnica dello stop-motion e quella del 3D e, per questa ragione, crede di poter fare a meno di una sceneggiatura forte e si dilunga, senza proporzione tra minutaggio e materiale narrativo.

Proprio per questo errore, viene spontaneo partire dalla menzione dell'aspetto tecnico, che racchiude le uniche note davvero positive di questo lungometraggio. L'animazione delle miriadi di creature e delle ambientazioni profuma di favola ed è realizzata con tecnica sopraffina, impossibile rilevare errori o lacune in questa messinscena da sogno gotico.

Ma lo stupore diventa in pochi minuti qualcosa di ordinario e di sostanzialmente pacifico, una sbornia colossale di creaturelle e mostriciattoli che germinano da ogni dove, location che si animano di fantasie kitsch; ed è a questo punto che lo spettatore si ritrova da solo e abbandonato di fronte a un bivio: o l'ambientazione magica è sufficiente a rapirlo e a conservare la sua partecipazione oppure dovrà fare i conti con una storia lenta, a tratti pesantemente infantile, non troppo originale (Alice non è nel paese delle meraviglie ma dietro l'angolo!) e modesta anche sotto il profilo della tensione horror, che funziona a dovere solo in casi sporadici, tutti oltre la metà del film.

Molte linee di dialogo sono semplicemente kid-oriented (senza però farne un film per bambini), poco importa se in sottofondo languono tematiche e simbologie adulte, perchè in superficie non funzionano a dovere.
Coraline stessa, bambina vivace e curiosa ma di buon cuore, è un personaggio troppo tipico perchè lo spettatore si senta coinvolto dal suo viaggio iniziatico e dalla morale che fa capolino fin da subito. Confezione nuova e storia vecchia non lasciano speranze all'originalità, o a sviluppi che non siano facilmente intuibili.

In particolare la prima metà del film sembra un lungo preambolo senza sostanza, regno della noia in attesa che il secondo tempo risollevi, sia pur debolmente, le sorti generali. Ed è quasi un colmo amaro che un film che sfrutta con tale perfezione la tecnologia a tre dimensioni presenti una sceneggiatura così incorporea.
Sarebbe bastato davvero ridurre drasticamente il montaggio finale per valorizzare meglio le (poche) risorse di questo racconto.
Occasione mancata.



Voto Borden: 4,5


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