
Un feretro dorato coperto di rose rosse sotto un occhio di bue, al centro di un palazzo dello sport. Così è stata l'ultima apparizione pubblica di Michael Jackson, il Re del pop, la star più controversa della storia, il bambino mai cresciuto che ha scalato la montagna del successo fino alla cima e che poi è ricaduto giù, tra scandali e stranezze. L'impossibilità di essere normale, nel bene e nel male.
Ieri, 7 luglio 2009, si è svolta a Los Angeles la cerimonia funebre di Jackson: un raduno in forma privata di circa 150 persone, tra parenti e amici. Si pensava che fosse finita lì, che il feretro con la salma sarebbe stato trasportato al luogo, ancora incerto, della sepoltura. Con questa convinzione andava preparandosi il tributo allo Staples Center della città, dove molti fan e artisti avrebbero commemorato e dato il loro informale addio alla star. Ed ecco la sorpresa. Con un imponente corteo funebre la bara prende la direzione dello Staples Center, per regalare al pubblico presente sul luogo e al miliardo di persone che ha seguito l'evento alla tv l'ultima apparizione pubblica del loro beniamino.
MICHAEL JACKSON TRIBUTE: lo show è finito
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di Borden
Devo dire che la diretta di Studio Aperto, seppur incerta nella gestione del collegamento e delle pause, ha avuto un merito non da poco per queste trasmissioni basate fondamentalmente su chiacchiere, e cioè l'aver invitato a commentare l'evento personaggi competenti e preparati, specialmente persone che hanno gestito importanti aspetti della carriera dell'artista, e che quindi lo hanno conosciuto realmente e hanno potuto aggiungere qualche prospettiva inedita ad un caos mediatico che frullava a ripetizione le stesse quattro tematiche da secoli.
Sul concerto-tributo in sè c'è poco da dire. Siamo in un'epoca in cui qualunque programma tv non esita a commerciare sentimenti umani e lacrime in cambio di un punto percentuale di ascolti, ma la commozione che ha colpito senza appello molti dei presenti, che hanno cantato o semplicemente pronunciato il loro personale discorso alla memoria di Michael, spezzando in più di un'occasione le loro voci, era autentica.Certo, come sempre succede in questi casi, il ritratto della persona e dell'artista che ne è uscito somigliava di più a un santino, ma credo che stavolta si possa chiudere un occhio: i detrattori e gli accusatori di Michael Jackson sono già stati ampiamente ascoltati negli ultimi quindici anni.
E se sul palco dello Staples si è consumato anche qualche numero retorico o naif (ad esempio il balletto con girotondo durante Will You Be There) di troppo, non si può negare che alcuni momenti dello show siano stati concepiti con una leggerezza di tocco originale e sincera.
E' il caso dell'esecuzione di Man In The Mirror, ad accompagnare l'uscita del feretro alla fine del raduno: un'asta col microfono sul palco, solitaria, la musica senza cantato, lasciando la performance al ricordo dell'artista che ognuno porta con sè. Per un attimo quel cono di luce puntato sul palco vuoto mi ha ricordato i fasci luminosi al posto delle torri gemelle.
Per molti la fine di Michael ha significato la fine dell'unico possibile sogno ad occhi aperti. Per molti le cose non saranno più le stesse. Altri sono rimasti indifferenti. E forse ci sarà stato anche qualcuno che ha goduto della sua morte. Però tutti sono d'accordo che lo spettacolo debba continuare. Si dice sempre così.
Ma questo folletto che diceva di voler rendere il mondo un posto migliore, che amava divertire anche a costo di spaventare, ballando con gli zombie in un videoclip che ha fatto storia, forse merita un po' di riposo. La sua duplice vita sembrava davvero troppo difficile per lui, per quanto potesse amarla.
Da un lato l'uomo di spettacolo che ha creato un mondo spensierato a propria immagine, dall'altro lo schiacciante grigiore di una quotidianità di dolore, solitudine, eccentricità, incomprensione, ostilità, e tutte le zone d'ombra di un personaggio tanto discusso. E poi, com'era ovvio, anche la sua morte trasformata in un triste spettacolo.
La sua memoria e la sua musica resteranno, ma forse adesso, finalmente, per Michael Jackson il triste spettacolo non deve più continuare.
Borden
CAMMINANDO SULLA LUNA: IL LUNGO ADDIO A JACKO, "PICCOLO PRINCIPE" DEL POP
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di Angier
Ieri un rispettabile padre di famiglia improvvisatosi “bagarino” è riuscito a vendere il suo biglietto per i funerali di Michael Jackson a ben 2000 dollari. Suona assurdo, ma è la verità. Che i bagarini piazzassero a caro prezzo i ticket dei concerti di big come U2, Madonna o Eminem era cosa nota. Solo Michael Jackson poteva però far sì che il suo funerale andasse sold-out in poche ore. Certo, tutti i grandi show sono soggetti a imprevisti.
Altrimenti come spiegare i circa 100 posti vuoti avvistati nello Staples Center all’inizio della cerimonia pubblica di ieri nonostante fosse addirittura stata lanciata nei giorni scorsi una grottesca lotteria per sorteggiare 8750 fortunati partecipanti tra l’oltre 1 milione e mezzo di iscritti? Anche questo fa parte dello spettacolo. Wacko Jacko non accetta cerimonie prevedibili, nemmeno da morto. Questo è il suo show.
E’ l’ultimo sberleffo, il gran finale con tanto di triplo tuffo carpiato e salto nel cerchio infuocato del Grande Prestigiatore di Neverland. Uno che ha venduto 750 milioni di dischi nel mondo ma ha lasciato ai suoi eredi una voragine da 500 milioni di dollari che nemmeno Tremonti con la sua finanza creativa riuscirebbe a ripianare. Spero solo che nel posto dove sta adesso ci sia un grosso televisore con lo schermo piatto e che lui abbia potuto gustarsi la diretta o almeno gli “highlights” in compagnia di qualche amico.Magari anche riderci sopra, seduto accanto a Big Luciano, a Frank “The Voice“ Sinatra, al suocero Elvis, Jimi e tutti quelli che prima di lui hanno deciso di teletrasportarsi in un diverso piano di esistenza con un po’ d’anticipo rispetto alle aspettative dei fan. Difficile fare una valutazione obiettiva sulla cerimonia che abbiamo visto, a metà tra una marchetta in puro stile Hollywood e un mantra collettivo degno del funerale di Papa Giovanni Paolo II.
Devo dire che a un certo punto mi sarei quasi aspettato che un paio di celebrities in smoking salissero sul podio, aprissero una busta e declamassero “And the winner is…” prima di distribuire statuette dorate come alla Notte degli Oscar. Se mi è permesso muovere una piccola critica, la mia impressione è che quella orchestrata dai fratelli Jackson sia stata una cerimonia costosissima (si parla di 3,8 milioni di dollari che non pagheranno loro ma i cittadini losangelini ai quali l'amministrazione sta chiedendo un contributo) intrisa di retorica e di un infallibile fiuto pubblicitario.
Non metto in dubbio il loro dolore, ma sta di fatto che i consanguinei di Jacko hanno voluto controllare tutto nei minimi dettagli, con il risultato di mettere al centro della ribalta non tanto Michael Jackson bensì la Famiglia Jackson. Non è un mistero che Janet avesse contattato nei giorni scorsi Donatella Versace per affidarle la cura del look dell’intera famiglia. Detto fatto: per i fratelli abiti neri, camicie bianche, scintillanti cravatte dorate e - dettaglio aggiunto da loro stessi - un guanto bianco ricoperto di perline luccicanti come quelli che piacevano tanto a Jacko. Per le sorelle invece eleganti vestiti neri “profilati” di bianco. Passiamo alla musica.Se ci pensate, non abbiamo sentito nemmeno uno dei brani che rappresentavano il cuore pulsante e l’anima vibrante e scatenata di Jacko. I successi di Off The Wall, Thriller, Bad, Dangerous…no, solo pezzi lenti, adatti a inframezzare i numerosi momenti strappalacrime coreografati in modo minuzioso, il cui scopo principale era uno solo: permettere alla Famiglia Jackson di auto-celebrarsi dinnanzi al mondo come grande famiglia unita e affiatata, quando tutti sanno che non è così. Negli anni, molte ruggini e molte polemiche si sono accumulate in ambito familiare, complice il fatto che nessuno dei fratelli Jackson ha mai eguagliato nemmeno lontanamente il successo di Michael.
Solo un anno fa, il New York Post riportava in un articolo che Randy Jackson aveva notevoli problemi finanziari, tali da costringerlo a lavorare come meccanico a Los Angeles nel garage di un amico di famiglia. Sul palco, Marlon ha ricordato tra le lacrime la fragilità e la bontà di Jacko, concludendo con una frase che vorrebbe essere profetica: “Forse adesso ti lasceranno in pace, Michael”.
Purtroppo penso si sbagli. Se il funerale-show dello Staples Center appartiene al versante del glamour, nei prossimi giorni ci addentreremo sempre più in atmosfere da giallo e da legal-thriller, con le speculazioni sulle cause della morte e la guerra “fratricida” per l’eredità di Jacko. Sul palco dello Staples Center si sono poi succedute nell’arco della serata diverse celebrità, ognuna delle quali ha rivendicato la sua vicinanza e amicizia con Jackson. Mariah Carey, Usher, Queen Latifah,Smokey Robinson e altri.
Francamente, l’omaggio più sincero mi è sembrato quello di Brooke Shields anche perché – come ha ricordato uno dei giornalisti presenti alla diretta su Sky Tg 24 – “è l’unica che non ha mai fatto affari con lui”. Shields ha voluto dedicare a Jacko un piccolo brano del Piccolo Principe, cogliendo alla perfezione lo spirito tragico ed eternamente fanciullesco di Michael Jackson.
Un principe sigillato in un sarcofago dorato da 20.000 euro come una sorta di moderno Tutankhamon. Un principe sfinito da una carriera durata ben 45 anni e iniziata quando ne aveva soltanto 5. Una carriera che in fondo non si è mai potuto scegliere da solo, e chissà se ballare e cantare in cima al mondo rientrava davvero nelle sue aspirazioni.
In un suo famoso saggio, lo studioso David Deutsch ha illustrato la teoria del multiverso, secondo cui ognuno di noi ha innumerevoli versioni alternative di sé che vivono, respirano e agiscono negli infiniti universi paralleli che si dipanano attorno al nostro.
A me piace pensare che in una di queste dimensioni parallele ci sia un Michael Jackson che fa il benzinaio o lavora in una tavola calda a Gary, Indiana, la sua città natale. Non è famoso e non ha i miliardi, ma una vita semplice e appagante e una famiglia che lo ama. Chi lo incrocia ogni giorno non lo tratta come una star ma come un normale ragazzo di provincia, uno però il cui sorriso luminoso e sereno ti rimane impresso a lungo nella memoria.
Angier
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